Fabrizio Silei.
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Bernardo e l'angelo nero.
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2010. Adriano Salani Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La grettezza e la grandezza della natura umana, dedicato a chi crede troppo nelle proprie idee, e a chi ci crede troppo poco.
L'avventura di un ragazzino fragile ma coraggioso, alla ricerca della propria identit, nell'estate che gli cambi la vita.
Bernardo ha dodici anni ed  un balilla con tanto di bicicletta, divisa nera, fez e pistola. Proprio cos, Bernardo ha anche una piccola pistola a tamburo che gli ha regalato suo padre per difendersi dai partigiani.
Suo padre  il podest del paese e da giorni  sempre pi nervoso e preoccupato: gli Alleati risalgono l'Italia e si avvicinano alla Toscana, iniziano a bombardare i punti strategici e mandano aerei cicogna in perlustrazione. In questo clima di tensione e di odio per il nemico un giorno Bernardo trova, appeso a un albero con il suo paracadute, un pilota afroamericano ferito. Credendolo morto decide di tirarlo gi, ma mentre
lo fa l'uomo riprende i sensi.
Il ragazzino, desideroso di riabilitarsi agli occhi del padre che non ha una grande opinione di lui, estrae la sua pistola e decide di farlo prigioniero. Il ragazzo non pu sapere che presto il suo paese sar liberato e verr il tempo della rivincita dei partigiani e delle frange antifasciste. Se lo sapesse forse si comporterebbe diversamente...
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L'AUTORE.
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Fabrizio Silei (Firenze, 1 luglio 1967)  uno scrittore italiano.
Ha pubblicato opere famose, tra cui L'autobus di Rosa, ispirato alla storia dell'americana Rosa Parks, che  stato tradotto in quindici lingue e portato in scena in diversi teatri italiani.
Nel 2012 con Il bambino di vetro vince il Premio Andersen per il miglior libro nella categoria 9-12 anni.
Nel 2014 vince nuovamente il Premio Andersen come miglior scrittore con la seguente motivazione "Per essere la voce pi alta e interessante della narrativa italiana per l'infanzia di questi ultimi anni. Per una produzione ampia e capace di muoversi con disinvoltura e ricchezza fra registri narrativi diversi: dall'umorismo alla misura breve del racconto per i pi piccoli, dall'albo illustrato al romanzo per adolescenti, dal progetto creativo ad un forte 
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Bernardo e l'angelo nero.
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Dedica.
A chi crede troppo nelle proprie idee, e a chi ci crede troppo poco
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Prologo.
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Quel giorno le parole di mio padre mi rimbombavano dentro la testa: Sei un balilla. Un balilla non ha paura di niente, un vero fascista non si arrende mai!
E invece la lunga salita era davvero troppo per il mio cuore. Beppino e Ivano l'avrebbero di sicuro fatta di volata, non parliamo poi di quel maledetto di Germano; forse perfino Danilo con il suo culone ce l'avrebbe fatta, ma io... Potevo, s, fingere che fosse colpa del caldo soffocante e bestiale di quell'estate, della bicicletta senza cambio o del boccione d'olio che avevo nella borsa di canapa legata alla canna. Ma tanto era inutile far finta, le gambe mi facevano gi male da morire e i polmoni mi bruciavano per l'affanno. Cos, sentendomi un verme, scesi dalla bicicletta e mi fermai a riprendere fiato a met dell'ascesa.
Era una rovente giornata di met luglio, il sole picchiava duro affacciandosi da ampi spazi fra le nubi di un imminente temporale. L'aria si era fatta umida, la terra ribolliva e i vestiti si appiccicavano addosso. Dal giallo accecante dei campi di grano tutto d'intorno si alzava un greve profumo di fieno e di papaveri che mi toglieva il fiato. Onda su onda fino all'orizzonte e su fino alla sommit della salita, non c'era che grano, un grano alto e rigoglioso che di solito si increspava come un mare non appena si levava un po' di brezza. Ma quel giorno non si muoveva una foglia e potevi solo sperare che piovesse al pi presto: una speranza stupida, giacch dopo sarebbe stato anche peggio. Avrei voluto rifiatare e invece mi sembrava di non respirare un bel nulla, i miei polmoni fischiavano come una trombetta e intorno si udiva incessante il frinire di milioni di grilli nascosti.
Avrei dato qualsiasi cosa per sentire l'aria che entrava e usciva dal mio petto e boccheggiavo come un pesce rosso nella sua piccola palla di vetro quando non gli cambiano l'acqua da una settimana.
La mia gola era secca, asciutta, e non riuscivo a completare il respiro: come se qualcuno avesse legato una corda fra i manici del mantice dei miei polmoni impedendo loro di schiudersi completamente dentro alla gabbia del torace.
Mi fermai esausto, posai delicatamente la bicicletta sul greppo della strada e mi distesi accanto a lei bevendo l'acqua bollente dalla mia borraccia; gli occhi persi nel grano che circondava la strada animato da piccoli grilli grigi.
Mio padre mi aveva spiegato che quel grano era rimasto nei campi perch non c'erano uomini per tagliarlo; quei codardi si erano nascosti e imboscati per sfuggire ai tedeschi o per non essere arruolati. Nelle case erano rimasti solo vecchi, donne e bambini e, anche questi, avevano paura a segarlo e accatastarlo che i tedeschi glielo incendiassero per dispetto.
Nel cielo sopra di me nuvole scure dai bordi frastagliati rilucevano d'un bianco accecante e fra loro e me si stendeva un velo sul quale brillava uno sciame di farfalline trasparenti e scoppiettanti. Conoscevo bene quel sintomo, per un momento temetti di perdere i sensi per mancanza di ossigeno; poi sentii il mantice rinvigorirsi, il respiro acquietarsi e l'aria riprese a filtrare dentro di me come dallo spiffero di una porta lasciata socchiusa.
Evidentemente io e lo sport non eravamo quel che si dice nati l'uno per l'altro. Non ho fiato, non ce l'ho mai avuto. Anche quel giorno avevo provato a resistere, a far finta di non sentire la fatica e il dolore dei muscoli. Ma poi avevo dovuto cedere. Dopo un po' mi rialzai recuperando la bici e presi a camminare di nuovo in preda all'affanno, sudato fradicio, con la gola arsa e gli occhiali appannati. Li ripulii un po' alla meglio con il fazzoletto, li rinforcai e li sospinsi sul naso con l'indice. Le farfalline non c'erano pi, erano volate via dalla mia retina. Pian piano spinsi la bici a piedi fino alla sommit della salita, dove un grande cipresso mi aspettava rammentandomi la sagoma alta di mio padre e la faccia lugubre e scura che faceva ogni volta che, puntualmente, arrivavo ultimo ai giochi della giovent fascista.
Povero babbo! Non se lo meritava proprio un figlio cos. Lui che comandava tutti i fascisti del paese e da giovane era stato campione di pugilato.
Ma quel giorno doveva succedere qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la sua opinione nei miei riguardi. Ancora pochi passi sotto il sole cocente di luglio e mi sarei ritrovato senza saperlo a vivere un'avventura che avrebbe mutato il corso della mia esistenza influendo pi d'ogni altra cosa sul nostro destino. Proprio cos, senza che io potessi minimamente sospettarlo, in un giorno come tutti gli altri che lo avevano preceduto, l'avventura mi aspettava, aspettava proprio me, come una volpe in agguato oltre il filo della collina.
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CAPITOLO 1.
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Da mesi ormai mio padre non era pi lo stesso, la nostra vita non era pi la stessa. Lo vedevo serio e pensieroso che si arricciava i baffi tormentandoseli con un gesto nervoso. Tutto era iniziato l'estate prima: una sera di fine luglio quando, dopo la notizia dell'arresto di Mussolini, qualcuno in piena notte aveva preso a sassate la casa del fascio, la nostra casa e quella di altri influenti membri del partito.
Poche ore prima, avvertiti in tempo da una telefonata di un nostro amico di Roma, eravamo fuggiti come ladri, portandoci dietro solo alcune valige e la mattina dopo mi ero svegliato a Milano da mio zio Gaetano.
Mio padre era in preda a un'inedia pensierosa intramezzata dalla frenetica lettura dei giornali e dall'ascolto della radio. Dopo l'8 settembre, la liberazione di Mussolini e la costituzione della Repubblica di Sal, era stato "invitato" da una delegazione di repubblichini a riprendere il suo posto. L'Italia era piena zeppa di tedeschi e lunghe colonne di automezzi calavano gi verso il Sud come un liquido oleoso, impossessandosi di tutti i punti strategici e occupando paesi e citt.
Mia madre l'aveva supplicato di rifiutare e attendere l la fine della guerra, di non tornare al paese. Lui le aveva risposto serio, quasi addolorato: Cara, non era un invito: era un ordine. Vuoi che mi fucilino come traditore? Sono stato fascista nella buona sorte e lo sar anche nella cattiva. Tu se vuoi restare resta e tieni con te anche Bernardo. I nostri alleati tedeschi stanno rioccupando l'Italia e confido che con il loro aiuto si possa ancora vincere la guerra nonostante il tradimento del re. Voi, se volete, restate qui dallo zio.
No! gli aveva risposto perentoria la mamma. Noi siamo una famiglia: dove vai tu andiamo noi, accada quel che accada!
Prendemmo un po' di tempo e due settimane dopo partimmo. Lungo la strada vidi ovunque auto e camionette piene di tedeschi. Ci fermarono pi volte e mio padre fece vedere il lasciapassare che gli avevano consegnato, dove lo si invitava a riprendere il suo posto di podest e segretario politico del nostro piccolo paese. Giungemmo a casa che era gi sera. Quando dal bar della piazza videro la nostra macchina svoltare e parcheggiare di fronte alla farmacia, il Vanni e un altro gruppo di camicie nere ci vennero subito incontro. Traversarono la piazza a passo svelto e le loro ombre tagliarono il grande spiazzo di porfido in diagonale allungandosi minacciose verso di noi. Io, non so perch, ne ebbi paura e anche mia madre scese di corsa e si strinse al fianco di mio padre. Improvvisamente faceva freddo e dietro le persiane scure della piazza sentivamo molti occhi insonni che assistevano alla scena.
Le risate e le voci oltre la luce e i tavolini del bar cessarono di colpo. Il Vanni si era nascosto a San Gimignano, in campagna, ed era gi tornato da alcuni giorni; sperando che mio padre non arrivasse aveva preso il comando della situazione e aveva fatto arrestare tutti coloro che dopo il 25 luglio avevano "rizzato la cresta" costringendoci a fuggire. Molti furono processati subito, sapemmo poi che altri furono torturati e morirono per strada, senza mai giungere al carcere di Firenze. Dissero che avevano tentato di fuggire e avevano dovuto sparargli.
Mio padre aveva un palt di cammello leggero e il borsalino calcato sulla testa. Con una valigia in mano, si ferm ad attenderli vicino alla macchina e guard verso la farmacia. L'insegna di metallo era stata divelta e lanciata nella vetrina, il bandone forzato e aperto malamente sembrava una fisarmonica rotta o la bocca spalancata e beffarda di un vecchio gnomo. Tutti i vetri delle finestre dell'appartamento del piano superiore erano stati presi a sassate e rilucevano nel buio, sul marciapiede davanti al negozio.
Mia madre mormor: Mio dio, quanto odio... e non potemmo fare a meno di domandarci che cosa sarebbe stato di tutti noi se non ci avessero avvertiti in tempo.
Ah! Sei tornato! disse Vanni venendoci incontro deciso e mi sembr che un'ombra di delusione e di collera gli appannasse lo sguardo.
Pensavamo che fossi fuggito in America e non
tornassi pi! aggiunse ridendo e anche altri del suo gruppo risero di quella battuta.
Noi  gi un bel po' che siamo qui a fare pulizia e a saldare i conti con quei maledetti comunisti.
Disse cos e indic la casa del fascio poco distante dalla farmacia. Sopra il portone d'entrata c'era una grande nicchia vuota dove fino a poco tempo prima era stato collocato un busto in marmo del Duce. Mio padre ci raccont poi che la mattina del 26 luglio i fratelli Circetti e altri comunisti gli avevano legato una corda al collo e tirando tutti insieme l'avevano fatto precipitare a terra mandandolo in pezzi. Ora si erano dati alla macchia come partigiani.
Adesso basta parate e manfrine! Non c' pi tempo per la tua piet seguit Vanni guardando mio padre negli occhi. I suoi denti giallastri si sovrapponevano in pi punti, come se fossero stati troppi per la sua piccola bocca.
La resa dei conti si avvicina. I tedeschi arrivano in forze e hanno un'arma segreta, manca poco alla vittoria finale! Ed eccoti di ritorno!
Lasciava intendere che lui aveva fatto tutto il lavoro, aveva quasi vinto la guerra da solo, e adesso arrivava "il dottore" a riscuotere gli onori.
L'aria era tesa, davvero si tagliava con il coltello. Tutti gli occhi erano su di noi e ci scrutavano palmo a palmo.
Mio padre, che era una spanna pi alto di Vanni, gli si avvicin ed estrasse di tasca una
busta. La mostr sollevandola con la mano destra perch tutti la vedessero e poi la fece ricadere sul palmo della mano sinistra, due o tre volte, come fosse stata un paio di guanti.
Aveva uno sguardo che non gli conoscevo. Fosco, il barbiere della piazza, mi aveva raccontato di mio padre e di quello sguardo: quando perdeva le staffe i suoi occhi si indurivano e se questo capitava sul ring mentre boxava, magari con un avversario poco corretto, allora si poteva esser certi che l'incontro era chiuso perch da l a poco gliene avrebbe date tante da metterlo k.o. Fosco un tempo era stato il suo secondo, me lo raccontava volentieri quando andavo da lui a tagliarmi i capelli. Con mio padre per non si salutavano neanche pi, lui si faceva radere e tagliare i capelli dal barbiere fascista di via Roma.
Comunque sia, con quello sguardo e la busta in mano, fissando Vanni e gli altri a uno a uno negli occhi, mio padre disse con un tono che non ammetteva repliche: Domattina riprendo il mio posto. Ho qui l'ordine della Repubblica. Fammi trovare libera la scrivania, voglio un rapporto dettagliato, sugli arresti e tutto ci che avete fatto in questo periodo. Ogni cosa deve tornare al pi presto alla normalit. Fino a nuovo ordine eserciter anche la funzione di segretario politico!
Vanni fece per ribattere, ma mio padre sollev il braccio perentorio e url, facendo il saluto romano: Saluto al Duce!
L'altro, zittito, non pot far altro che rispondere
al saluto e cos fecero tutti i suoi uomini urlando: A noi!
Mentre ci avviavamo verso la porta mi voltai a guardarli. Vanni sput per terra e nel buio i suoi occhi dardeggiarono ancora in un guizzo d'odio. Poi si rivolse alle camicie nere che avevano assistito alla scena.
Avanti voialtri! Seguitemi! ordin.
Tutti tornarono a passo spedito verso il bar seguendo il loro capo infuriato; lo guardavano allarmati, nessuno di loro si azzardava a dir nulla e sembrava che improvvisamente avessero paura anche di respirare.
Tutto questo era successo un anno prima di quella fatidica mattina in cui mio padre mi ordin di portare al comandante tedesco, insediatosi nel paese vicino, un boccione d'olio del nostro podere e i suoi saluti. Allora non lo capivo, ma ora so che aveva bisogno di amici. Mi aveva spiegato che la missione era semplice, ma non priva di pericoli, dal momento che nella zona operavano diverse bande di terribili ribelli.
Se ti imbatti nei ribelli, devi poterti difendere come un vero uomo mi aveva detto, e mi aveva consegnato un regalo incartato alla meglio in un sacchetto di carta gialla.
Avrei fatto di tutto per renderlo felice e orgoglioso di me! Mi sarei gettato nel fuoco per un suo complimento, giacch allora per me mio padre era pi importante dello stesso Duce.
Nella mia scala di valori c'erano Dio, a fianco di
Dio c'era mio padre, e sotto di lui, a pari merito, c'erano il mio cane Zecca, Benito Mussolini e la Patria; poi c'erano tutti gli altri. Il re gi prima veniva per ultimo e dopo l'armistizio l'avevo proprio cancellato.
Aprii il pacco e mi ritrovai fra le mani una fondina in pelle dalla quale estrassi una piccola pistola a tamburo che si adattava perfettamente alle dimensioni della mia mano.
Non era una pistola di latta come l'aereo bimotore dell'INGAP che avevo ricevuto a Natale. Era proprio una pistola vera!
L'avevo desiderata tanto. Lo guardai con un sorriso colmo di gratitudine.
Naturalmente devi fare attenzione. Vieni che ti mostro come si usa! mi disse risoluto.
Andammo alla finestra sul retro che dava sul giardino e sui campi; mio padre l'apr con decisione, tolse la sicura mostrandomi la levetta e spar un colpo che rimand un'eco sorda e lontana e affond nella terra del giardino sollevando una nuvolina di polvere.
Mi pass la pistola invitandomi a fare altrettanto e a non colpire il tavolo in ferro e il dondolo e anch'io sparai per terra sentendo appena il rinculo del colpo. Adesso mi sentivo proprio un vero fascista. Quando mia madre entr allarmata nella stanza fece in tempo a sorprendermi con l'arma in mano ancora fumante.
Guarda, mamma! Che cosa mi ha regalato pap! le dissi sorridendo di contentezza, ma lei
reag come una furia sostenendo che era pericoloso darmi un'arma come quella.
Ha dodici anni. Non  pi un ragazzino! disse mio padre deciso.  un balilla.
Ma come al solito fu inutile.
Non lo vedi che  ancora un bambino. Hai trovato il modo di farlo ammazzare. Se  questo che vuoi... che volete... Fate pure! url la mamma e sbattendo la porta si rifugi in cucina scuotendo la testa sconcertata.
Presto gli americani saranno qui e per respingerli dovremo combattere! Tutti dovremo difendere il sacro suolo della Patria. Che lo si voglia o no! Anche le donne e i bambini! le grid dietro mio padre e mi guard scuotendo la mano nell'aria come per gettarsi dietro le spalle le obiezioni della mamma.
Le passer concluse. Solo... promettimi di fare attenzione!
Sapevo che mio padre le aveva risposto la prima cosa che gli era venuta in mente, ma lo stesso ero contento di quell'immagine e mi vedevo con la piccola pistola che fermavo tutto da solo l'intero esercito degli Stati Uniti d'America.
La mamma! Non ho messo mia madre nella lista delle cose pi importanti perch lei  una fuoriserie. Mamma  fatta a modo suo, le voglio bene pi di ogni altra cosa perch mi capisce ed ... speciale!
Non so come fosse potuto succedere: la figlia di un calzolaio anarchico e socialista, che si era indebitato fino alla bancarotta per far studiare la sua bambina da maestra e mandarla a Parigi e a Londra a imparare le lingue, aveva sposato un farmacista con la passione del pugilato che poi era diventato il podest del suo piccolo paese.
Per questo, oramai da anni, in casa non si parlava mai di mio nonno di fronte a mio padre. La sera, dalla mia camera, sebbene parlassero sottovoce credendomi addormentato, sentivo le discussioni dei miei genitori: parlavano di politica e, evidentemente, su molte cose non andavano d'accordo.
Non ti riconosco pi! avevo sentito dire una volta a mia mamma. Secondo te quello che stanno facendo agli ebrei  giusto? Toglier loro il lavoro e impedire ai bambini d'andare a scuola. Bell'affare!
No. Per  necessario,  una questione di politica internazionale. E poi qui da noi non ci sono ebrei!
Ah! Te la cavi cos tu?...
Altre volte a letto discutevano delle loro letture.
Dovresti leggere questo libro, cara.
Di chi ?
Di Gabriele D'Annunzio, credo sia molto meglio dei tuoi francesi. Dovresti smetterla di leggere soltanto romanzi francesi, non parliamo poi di quelli inglesi che non dovresti neanche tenere in casa. Pensa se lo venissero a sapere. E poco fascista leggere gli stranieri.
Quell'aringa ammuffita di D'Annunzio non la leggerei neanche morta.
Diceva proprio cos mia madre: aringa ammuffita!
Ogni volta dovevo trattenermi dal ridere perch non scoprissero che li sentivo.
Mamma, ma tu sei fascista? le avevo chiesto una volta.
Certo. Se non  fascista la moglie del podest, chi vuoi che lo sia? mi aveva risposto quasi impaurita, guardandomi seria negli occhi per convincermi.
Cos capii che c'erano dei fascisti strani: quelli come mia madre, che alle parate e alle cerimonie si soffiavano trenta volte il naso e non riuscivano a star fermi sulla sedia sbuffando di continuo dietro il ventaglio o il fazzoletto.
Ma io, quella mattina, con la pistola alla cintura, ero un fascista vero, come mio padre. Anche se avevo il cuore in pena per la mamma che avevo lasciato a casa in preda alla preoccupazione. Con questi sentimenti contrastanti che mi agitavano lo stomaco, mi accinsi a fare quegli ultimi passi e finalmente fui sulla sommit della piccola collina, proprio di fronte al grande cipresso scuro...
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CAPITOLO 2.
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Dall'alto della collina voltai lo sguardo verso ovest, dove, sul bordo della strada che scivolava gi sinuosa come una lunga biscia grigia, c'era il bosco di castagni. Era il bosco dei miei giochi di bambino, al margine della vigna del podere di mio padre. In quella casa, chiusa per la maggior parte dell'anno, trascorrevamo i momenti liberi. Quando mio padre poteva chiudere la farmacia, allentare con gli impegni politici e dedicarsi al suo podere e al poco vino che produceva da s, ci precipitavamo alla campagna.
Cos amava dire mio padre: Domani finalmente andiamo tutti alla campagna. Non sbagliava a dire l'articolo, non intendeva in campagna, ma al nostro podere. Nella sua testa alla campagna era un nome e, a pensarci oggi, dava proprio il senso della sua dedizione.
Alla campagna avevo trascorso le ore pi belle della mia vita soprattutto in estate, quando la scuola chiudeva per le vacanze e mio padre, lontano dalla politica e dal lavoro, diveniva una persona completamente diversa, meno rigida e pi serena, addirittura capace di sorridere.
Quell'estate con il fronte che si avvicinava e gli americani che risalivano l'Italia, non ci sarebbe
stato tempo per la campagna. Neanche i tedeschi avevano preso in considerazione quella casa, posta troppo in basso e in prossimit di un bosco: gli Alleati avrebbero potuto sorprenderli ed esser loro addosso senza che se ne accorgessero. Cos la casa era rimasta vuota e l'amicizia fra il comandante tedesco di Monaco - quello a cui stavo portando l'olio - e mio padre l'aveva fino ad allora salvaguardata dalle razzie dei tedeschi. Sulla porta infatti un documento ufficiale con tanto di timbro avvertiva che quella casa non doveva essere toccata, che era del podest del paese e che gli animali erano riservati alla mensa del comandante.
Quel giorno quando guardai il bosco di castagni verdi mi accorsi subito che c'era qualcosa che non andava: ne mancava uno spicchio, una pennellata di bianco aveva tagliato via un pezzo di bosco.
Incuriosito da quel prodigio salii in sella e nonostante la discesa pedalai pi forte che potevo sentendo l'aria che mi raffreddava addosso il sudore. Preso com'ero da quella scoperta non mi accorsi che dall'altro lato della vallata, al limite dell'orizzonte, una grande fumata nera e densa saliva verso il cielo. Tutta la mia attenzione era catturata da quell'insolita pennellata di bianco, quel ritaglio di luce che deturpava misteriosamente il luogo dei miei giochi. Giunto a valle presi per il viottolo sterrato che si inoltrava nel bosco. Man mano che calavo cominciavo a capire che quel bianco era una specie di telo, un grande lenzuolo che, chiss come, qualcuno si
era divertito a distendere su un castagno trasformandolo in una sorta di grande fungo bianco.
L per l pensai a uno scherzo dei partigiani, a un'ennesima insopportabile provocazione, o a un modo per mandare un messaggio ad altri compagni sulle colline di fronte. A tutto si sforz di pensare la mia mente mentre le gambe seguitavano a pedalare incuranti della fatica. A tutto tranne che alla cosa pi ovvia: un paracadute.
Quando giunsi sotto il grande albero, rimasi a bocca aperta dalla meraviglia. Fra tutti era toccato a me di arrivare l per primo per vedere quel che stavo vedendo: dalla grande massa bianca, che i rami avevano spietatamente lacerato, pendevano tante corde, e a queste stava appeso, come una marionetta di saraceno, un militare immobile, con la faccia nera come il carbone graffiata dai rami, e, a giudicare dal sangue che impregnava il gambale lacero dei suoi pantaloni, la gamba destra orribilmente scempiata.
Riconobbi subito l'odiata bandiera nemica sulle mostrine e questo, insieme al colore della sua pelle, mi fece tremare di paura. Mi passai la mano sulla faccia per calmarmi, battei i piedi per terra nel tentativo di scaricare la tensione, tentai di respirare meglio che potevo sapendo che la forte emozione mi avrebbe mozzato il fiato, e a quel punto la bicicletta mi scivol dalle mani sudate e cadde nella polvere: sentii il tonk! sordo del vetro del bottiglione e vidi l'olio spandersi sul terreno e impregnare la borsa di tela.
I diavoli calavano dal cielo come nell'affresco di Giotto che avevo visto ad Assisi. Forse venivano a punirci delle nostre colpe, pensai. Ma poi conclusi che non vi pu essere colpa nell'amare il proprio Duce e la Patria.
I pensieri mi si accavallavano in testa come grumi di lana nelle mani di un materassaio. Senza degnare di uno sguardo il bottiglione rotto, riconquistata appena un po' di lucidit, restai a guardare il volto sofferente del demone e giudicai che l'imbracatura lo tenesse penzoloni per aria a poco pi di due metri da terra. Doveva aver sbattuto violentemente contro i rami e di sicuro era rimasto ucciso in quella tragica caduta.
S! mi dissi. Deve essere morto. Con le mani tremanti per l'emozione estrassi il coltellino dalla tasca della divisa e mi arrampicai sul castagno, sporgendomi dal ramo per recidere le corde. Lo feci, non senza difficolt, tagliandole una a una e a ogni corda che tagliavo il corpo del morto calava ripiegandosi su se stesso come un sacco di patate e facendo scricchiolare i rami pi piccoli.
Prima che terminassi di tagliare le ultime due o tre corde il peso del corpo le vinse tirandosi dietro un pezzo di paracadute e il fantoccio rovin per terra, coperto da un pezzo di quel sudario.
Non vi dico il mio stupore e la paura che provai quando, mentre lo guardavo cadere pesantemente al suolo, lo sentii gemere.
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CAPITOLO 3.
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Evidentemente il dolore della caduta gli aveva fatto riacquistare i sensi e ora si guardava intorno cercando di comprendere la sua situazione e si teneva la gamba lamentandosi sottovoce e parlottando fra s in una lingua che non capivo. Nel medesimo istante, sollevando la testa dal mio punto di osservazione, vidi spuntare sull'orlo del promontorio una jeep carica di fascisti che procedeva a tutta velocit verso il bosco.
Scesi rapidamente dall'albero e - mentre l'americano si alzava a fatica reggendosi la gamba ferita con entrambe le mani e serrando i denti per resistere al dolore - gli fui di fronte. Le mie mani tremanti impugnarono la piccola pistola e i suoi occhi increduli si dilatarono per la meraviglia. Il volto nero, graffiato e striato di sangue rappreso, non sembrava pi quello di un demone dell'inferno ma quello di un animale selvaggio e impaurito. Erano gli stessi occhi atterriti dei buoi cos come li avevo visti un giorno mentre li trascinavano a forza verso il macello.
Mi sentii impotente, nonostante l'arma che impugnavo, e che cercavo di tenere salda. Il labbro inferiore mi ballava di paura e sentivo freddo, un freddo che mi correva lungo le braccia e faceva
tremare la piccola arma. Per un istante fu come se avessi potuto vedere la mia immagine ridicola riflessa nei suoi occhi: un ragazzino vestito da balilla, con gli occhiali e la faccia tonda da bambino che punta una minuscola pistola verso un uomo adulto e di sicuro addestrato a ben altri combattimenti.
Facendomi coraggio feci vari tentativi di urlare e alla fine sentii le parole uscirmi dal petto e volare in alto con un tono troppo pi basso di quello che avrei desiderato.
Sei mio prigioniero! ripetei e gli intimai di alzare le mani.
Lo fece senza convinzione, ma pi che da me l'uomo sembrava impaurito dal rumore della jeep che si avvicinava dal limite del bosco.
Anch'io ne ebbi paura, inspiegabilmente. Mi sarebbe bastato attendere le camicie nere tenendolo sotto tiro per divenire un eroe, il figlio del podest che da solo aveva catturato un soldato americano. O forse mi avrebbero scostato malamente da parte dandomi del ragazzino e si sarebbero presi tutto il merito?
Mentre pensavo a tutte queste cose l'americano mi guard con gli occhi supplichevoli invasi dal terrore e prese a dire con un tono implorante: Help me! Help me. Aiutami. Prego te!
"Vigliacco!" pensai. " tutto qui il coraggio degli americani?" Eppure non potevo fare a meno di condividere il suo terrore. Sapevo per avervi assistito una volta che cosa gli avrebbero fatto se lo avessero preso, e non potei biasimarlo.
Non so se fu per questo o per timore che mi sottraessero il mio prigioniero; so solo che alcuni di loro non mi piacevano e mi spaventavano. Decisi tutto in un batter d'occhio: s, insomma, non mi andava che adesso se lo prendessero. Io l'avevo catturato ed era mio! Quel prigioniero avrebbe cambiato tutta la mia vita, e non l'avrei ceduto per tutto l'oro del mondo.
Rinfoderai la pistola e gli feci segno di seguirmi inoltrandomi nel bosco. Mi tenne dietro a fatica reggendosi la gamba ferita. Dopo poco arrivammo al mio nascondiglio segreto non molto distante dalla nostra casa colonica: un grande castagno cavo il cui interno era stato bruciato. Gli feci segno di entrarci e mentre lo sentivo lasciarsi cadere esausto sulle foglie secche, coprii l'entrata con delle frasche. Poi corsi, come non avevo mai corso sino ad allora sul lato opposto della selva. I polmoni mi si spezzavano e il caldo era appena smorzato dalla frescura del sottobosco. Quando fui sul crinale scosceso e pieno di rovi sul fondo del quale scorreva un borriciattolo, mi fermai in preda all'affanno, estrassi la pistola e finalmente sparai due colpi in aria.
Oreste, Vanni e gli altri della squadra delle camicie nere, giunti sul luogo del paracadute stavano frugando dappertutto e probabilmente avevano gi notato la mia bicicletta abbandonata. Quando sentirono gli spari si gettarono a capo-
fitto nella mia direzione e in pochi attimi mi furono addosso.
Dov'? domand Vanni urlandomi contro.
Laggi.  scappato oltre il borro! spiegai e, senza sapere perch, aggiunsi che era un americano biondo e magrolino che correva come un fulmine.
Mentre gli altri si gettarono nei rovi nel tentativo di inseguire il fuggitivo, Vanni, che era anche il mio istruttore di educazione fisica e adorava umiliarmi, mi domand brusco prendendomi per il colletto: Perch ti sei fermato?
Rimasi perplesso.
Dovevi inseguirlo! mi disse, e in preda alla rabbia mi diede uno schiaffo.
L'ho fatto! protestai singhiozzando. Gli ho anche sparato!
Gi, dovevo immaginarlo. Ti  mancato il fiato. L'hai preso almeno? mi chiese palesandomi tutto il suo disprezzo.
Allargai le braccia asciugandomi gli occhi e sforzandomi di non singhiozzare.
Smettila di piangere. Sei stato bravo! mi disse scuotendomi per la spalla in maniera rude ma pi conciliante, temendo forse l'ira di mio padre se gli avessi raccontato dello schiaffo.
Sei stato bravo! Ti sei comportato da vero fascista! Va' a casa. Ci pensiamo noi al biondino!
"Maledetto!" pensai, e sollevando gli occhi dalle mie scarpe trovai il coraggio per la prima volta di guardarlo in faccia.
Non se ne avvide.
Non ti preoccupare.  solo e in territorio nemico. Non andr lontano. Lo prenderemo! disse, e corse gi per il viottolo estraendo la pistola per unirsi agli altri inseguitori.
Adagio risalii il sentiero e recuperai la bici massaggiandomi la guancia arrossata. L'immagine di quei quattro allocchi che bucandosi tutti in quell'ammasso di rovi inseguivano il mio prigioniero mi fece sorridere. Risi di una risata esagerata, nervosa, liberatoria, e giurai a me stesso che non avrebbero avuto il mio prigioniero! L'avrei consegnato io direttamente a mio padre.
Sollevando la bici mi avvidi della borraccia che tenevo legata alla canna accanto alla borsa di canapa con i resti della boccia d'olio. La presi e corsi verso il nascondiglio. Spostai le frasche, scossi l'americano tramortito e gliela porsi.
Bevi! gli dissi con la voce pi dura che avevo. Hai perso molto sangue. Devi bere!
Apr la borraccia e se la port avidamente alle labbra bevendo  garganella. Poi riprese fiato e mi guard. Nell'oscurit del tronco, intravidi una fila di denti bianchi come una falce di luna e insieme all'odore di terriccio avvertii quello dolciastro del suo sudore, della sua pelle e del suo sangue.
Il nostro professore di scienze ci aveva spiegato che i neri puzzano, ed era vero. Mia madre aveva riso di gusto quando glielo avevo riferito: Proprio il Righetti con quei capelli unti viene a parlare
di puzza. Saranno tre secoli che non si lava! aveva commentato, e mio padre l'aveva guardata male.
Del resto, chi non avrebbe emanato un cattivo odore in quelle condizioni? Allora mi torn in mente Aristide, il padre di Danilo, che si vantava dei suoi cani addestrati apposta per beccare fuggiaschi, prigionieri politici e carogne. Me lo vidi che parlava tronfio di fronte al bar e capii come l'avrebbero trovato. Sarebbero tornati con i cani e l'avrebbero preso; le bestie attratte dal suo sangue l'avrebbero scovato. Se non volevo farmelo rubare dovevo portarlo via da l al pi presto, confondere le tracce, medicare quel maledetto americano.
"Perch ti dai tutto questo disturbo?" mi chiese una voce dentro di me. "Perch preoccuparsi? Dal momento che poi lo tortureranno e l'impiccheranno a un platano del viale sputandogli in faccia, come si conviene a un nemico pronto a sganciare sulla Patria e su donne e bambini tonnellate di bombe e di morte".
Risposi, determinato: Perch non c' nessun onore nel catturare un moribondo. Ne avrei avuto molto di pi, di onore, consegnando un soldato vivo e in salute. E mio padre sarebbe stato, una volta tanto, orgoglioso di me. Da quel momento iniziai a sentirmi come il contadino che ingrassa e cura il tacchino, in attesa di tirargli il collo a Natale.
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CAPITOLO 4.
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Lo riscossi. Apr gli occhi lentamente.
I cani! gli dissi. Torneranno con i cani e ti troveranno!
Fece una faccia e dei gesti come chi, esausto,  rassegnato a non capire.
Allora iniziai ad abbaiare e ringhiare facendo dei movimenti con le mani messe a zampa, annusando l'aria e indicando verso di lui.
Quella pantomima lo colp come uno schiaffo, vidi i suoi occhi dilatarsi per la paura. Si prese la faccia fra le mani e sembr riflettere alcuni istanti. Poi si alz e si strapp via di dosso il gambale dei pantaloni insanguinati. Metodico prese a strapparlo in piccoli pezzi, rapido raccolse uno stecco da terra e inizi a disegnare nel terriccio.
River? mi domand. Where's the river?
Non ci capii nulla fino a che non fece il rumore dell'acqua con la bocca e inizi a disegnare una linea sinuosa sul terreno. Disegn un punto indicandosi, da questo tracci una linea fino al fiume e passandomi i pezzi di vestito sanguinosi mi fece capire che avrei dovuto continuare dalla parte opposta per ingannare i cani lasciando andare dei pezzi di vestito, sporcando le piante con il suo sangue. Lui avrebbe camminato lungo il fiume.
Is there a river? mi chiese speranzoso.
Il fiume non c'era, c'era solo un ruscello che passava vicino al nostro podere.
Svelto gli dissi, prima che gli altri tornino alla jeep. Camminando dovevo sorreggerlo per impedirgli di poggiare la gamba per terra. Pensai a cosa avrei raccontato se mi avessero visto abbracciato a lui in quel modo. Lentamente discendemmo un declivio fra le felci fino al ruscello; vi immerse i piedi e si lav la ferita. I grandi castagni d'intorno rimandarono un forte rumore di cornacchie gracchianti, facendoci sussultare. Dai rami degli alberi filtravano lunghe lame di luce polverosa e radente che rendeva le nostre sagome ancora pi visibili sul verde brillante del sottobosco.
Lasciai nascoste sulla riva del ruscello le strisce sanguinose dei suoi pantaloni e insieme a lui, sorreggendolo ancora, iniziammo a risalire il borriciattolo e le piccole rapide. Le pietre erano scivolose e coperte di muschio e ci obbligavano ad aiutarci l'un l'altro a ogni passo. Respiravo a fatica per l'affanno, ma lui non sembr avvedersene. Dopo una ventina di minuti fummo all'inizio della vigna e potemmo scorgere il retro della fattoria di mio padre. Era rischioso traversare di giorno quei trecento metri, c'era pericolo di essere visti, ma non avevamo altra possibilit.
Con sgomento mi chiedevo ancora cosa avrei raccontato se mi avessero sorpreso a sorreggerlo mentre lo aiutavo a fuggire. Non avrebbero mai creduto che era un mio prigioniero e il mio corpo
avrebbe penzolato da un platano della piazza accanto a quel negro.
Quell'idea mi fece rabbia: ma che cavolo stavo combinando?
Cercando riparo tra i filari di vite guadagnammo il retro della casa. L sentimmo l'odore dolce e forte del porcile. Indicai da quella parte. La puzza avrebbe confuso i cani, se mai fossero giunti fin l.
Lo guidai dentro uno stalletto vuoto e gli feci segno di aspettare, promettendogli a gesti che gli avrei portato del cibo. Una volta fuori tirai il chiavaccio dall'esterno e sorrisi soddisfatto: il mio prigioniero non sarebbe potuto andare da nessuna parte.
Mi ero dimostrato scaltro e, nonostante il fiato, forse anch'io potevo rappresentare, in un certo senso, un rafforzamento della gloriosa razza italica. Una razza di condottieri, strateghi... Ma non c'era tempo di compiacersene, ancora bisognava correre. Alternando piccole corse a un passo veloce, con i polmoni doloranti, rifeci la strada al contrario, mi calai per il ruscello e oramai completamente fradicio lo attraversai nel punto in cui avevo lasciato i pezzi di pantaloni insanguinati.
Procedendo affannato e sudato, strusciavo il sangue ormai secco sui tronchi degli alberi e ogni tanto lasciavo cadere un pezzo di stoffa. Feci in modo di non distanziarli troppo e li disposi in un lungo giro tortuoso: una traccia che terminava sulla strada maestra per il paese vicino.
Da l, sull'asfalto, mi misi a camminare verso casa, lungo il bordo della provinciale, e in quel momento mi venne in mente la bicicletta. Come avrei giustificato l'abbandono della bicicletta? Dovevo recuperarla prima che loro tornassero alla jeep e la vedessero l vicino. Perch non avevo pensato a nasconderla? Come se non bastasse, sentivo il fiato che mi abbandonava e le forze che mi mancavano.
Sarebbe stata una corsa contro il tempo, non ce l'avrei mai fatta ad arrivare prima di loro. Mi stavo maledicendo - altro che grande stratega, un idiota ero, ecco cosa! - quando sentii un'auto avvicinarsi alle mie spalle.
Un colpo di clacson. Mi voltai. Era il venditore di stoffe del mio paese che tornava dal suo giro della mattina nei paesi vicini. Un tipo grasso e viscido, con la pappagorgia, due baffetti piccolissimi, la pancia prominente e una piccola bocca da donna che si umettava di continuo con la lingua. Anche quel giorno portava un grande cappello di paglia bianco e la cravatta blu, sempre la stessa, ricoperta di patacche d'olio.
Mia madre mi aveva detto mille volte di non salire mai su quella macchina. Che non dovevo fidarmi di quel tipo, ma adesso...
Si sporse goffamente ad aprire il finestrino: Caduto nel fiume piccoletto? Serve un passaggio verso casa?
Solo fino ai piedi della salita di valico, ho la bicicletta l dissi serio, e facendomi coraggio aprii lo sportello e mi sedetti a fianco dell'uomo. I sedili
posteriori erano colmi di rotoli di stoffe, scatole di bottoni e camicie. Cercavo di stare il pi possibile vicino allo sportello e respiravo a fatica a causa del profumo stucchevole di dopobarba che impestava l'abitacolo mescendosi insieme a quello acre di sudore. Un cocktail micidiale: in confronto, il mio prigioniero profumava di rose.
Dove andavi di bello, bagnato come un pulcino? mi chiese con il suo accento emiliano sorridendo d'un sorriso sornione.
Non sono affari suoi risposi, prevenuto, nel tentativo di troncare la conversazione, ma ottenni l'effetto inverso.
Ah, bella riconoscenza!  questa l'educazione che ti insegnano a scuola? e cos dicendo si sporse e mi strinse un istante la guancia fra le dita pingui e sudate.
Scostai la testa di scatto.
Eppure dovresti essermi grato che ti ho dato anche un passaggio, bell'ometto!
Quel grosso maiale riallung la mano verso di me e la pos sul mio ginocchio saggiandone la stoffa.
Sei proprio tutto zuppo! disse, trattenendo la mano sulla mia gamba.
La spinsi via in malo modo.
Si fermi e mi lasci scendere gli dissi.
Ma va' l, che non siamo mica arrivati. Guarda che non sei affatto gentile, sai?
Mi ero messo in un bel guaio. Decisamente non era la mia giornata fortunata. Pensai, nell'ordine,
di tirare fuori la pistola e di sparargli, di attaccarmi al freno a mano e tirare con tutta la mia forza, infine decisi per la strada pi diplomatica e dissi risoluto: Se lei prova ancora ad allungare la sua mano, io appena tornato a casa lo dico a mio padre, che  il podest del paese, e stia pur certo che se ne pentir e le passer la voglia di dar fastidio a un balilla.
L'uomo si allarm, si allent il nodo della cravatta con la mano libera e mi guard spaventato.
Ma va' l, ma cosa hai capito? Quale fastidio, mi vuoi far passare un guaio con le tue fantasie. Ma sei pazzo?
Si tir il pi possibile dalla sua parte per il resto del tragitto.
Le mie parole avevano avuto l'effetto desiderato, era in preda al panico e non vedeva l'ora di liberarsi di me.
Guarda che io t'ho solo fatto un favore, sa'? Volevo fare conversazione, tutto qui. Ch sono sempre solo. Ma tu c'hai strane idee in testa. Comunque eccoci arrivati.
Accost e subito io feci per scendere, ma lui con uno scatto mi trattenne il polso guardandomi con occhi supplichevoli.
Mi raccomando che non devi dire nulla. Mi fai passare un guaio. Mica ti ho fatto niente. Prometti?
Con lo sportello aperto e un piede gi sulla strada diedi uno strattone liberandomi dalla presa.
Prometto dissi. Ma anche lei non deve dire
nulla. Non m'ha dato nessun passaggio, n oggi n mai. Va bene?
Io per me non chiedo di meglio! disse l'uomo tirando il fiato. Vai pure al diavolo che io non ti ho mai visto! e ripart scuotendo la testa e asciugandosi la fronte sudata con un fazzoletto a righe.
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CAPITOLO 5.
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Quando arrivai sotto il castagno la jeep era ancora l. Sollevai la bicicletta e risalii dal bosco spingendola a mano, camminando pi veloce che potevo.
Non era ancora ora di pranzo. Dunque Vanni e gli altri non avevano rinunciato alle ricerche. Sperai di avere il tempo di correre a casa e di tornare prima che si riorganizzassero e chiamassero i rinforzi con i cani. Il cielo si stava coprendo di nuvole grigie e tozze come frittelle, ma l'aria era ancor pi bollente e irrespirabile. Una cappa d'afa incombeva risalendo dalla terra e bloccandosi sotto la campana delle nuvole. Mi sentivo una piccola formica che si arrabattava spingendo la sua bici sporca d'olio verso la sommit della collina.
Aspiravo quell'aria calda e densa sforzandomi inutilmente di completare almeno un respiro. Ma niente da fare, sotto il cuore che batteva all'impazzata, i miei polmoni si erano di nuovo trasformati in un mantice con il manico legato. I campi gialli si fecero grigi e iniziarono a vorticare nella mia testa decorati da inquietanti presenze di alberi e fossi grumosi come catarro. Tornavano volando allegramente le farfalline di cristallo, il sudore mi gocciolava sul volto, e quando mi portai una mano alla fronte per asciugarmelo mi accorsi con terrore
di non avere pi il mio fez! Me l'ero tolto? Quando? Da quanto tempo l'avevo perduto, e soprattutto dove?
Rammentai con sgomento che, come si usava fare, mia madre aveva cucito il mio nome sulla fodera interna. Era questo l'unico modo per ritrovarlo fra gli altri uguali quando, esultanti, lo lanciavamo in aria nelle adunate e per non farselo rubare troppo facilmente.
La testa inizi a girarmi ancora di pi, mi sentii mancare, ma no, stavolta non potevo permettermi di svenire come uno sciocco. Rividi il volto del negro dentro l'albero cavo, lo immaginai chiuso nello stalletto dei maiali che mi aspettava e con la forza della disperazione continuai ad arrancare su per il viottolo polveroso. Ora ero quasi pentito di avergli dato l'acqua della mia borraccia. Oh, come avrei volentieri bagnato un poco le labbra. Contando i passi, a fatica, sforzandomi di tenere ferma la testa che ballava sgonfiandosi a tratti come un palloncino, fui finalmente di nuovo all'ombra del grande cipresso sulla strada maestra. Qui mi sedetti a riprendere fiato. Poggiando la schiena al tronco odoroso respirai lentamente la resina e fui tentato di chiudere gli occhi. Addirittura li chiusi, ma li riaprii quando, nel sogno, il grosso cipresso divenuto mio padre, un padre colossale e altissimo, mi scroll scostandomi malamente con un piede mastodontico dalle sue gambe. Mi alzai temendo di aver dormito per ore; avevo riconquistato un po' delle mie forze e mi sembr di sentire l'aria umida e appiccicosa entrare e uscire meglio dal mio torace. Il sole caparbio arrostiva i contorni delle frittelle grigie che si erano fatte pi cupe e minacciose e avevano preso a brontolare in lontananza. Sperai che piovesse. Comunque, fortunatamente, adesso mi attendeva una splendida discesa.
Vanni e gli altri non erano ancora passati da l o vedendomi sul bordo della strada mi avrebbero di sicuro suonato con il clacson. Quanto mancava al loro passaggio? Forse un istante, o una manciata di minuti. Non mi era dato saperlo, dovevo correre e basta.
Salii in sella e mi gettai gi per la discesa in volata.
"Il cappello" pensavo, "speriamo che non lo trovino..."
A un tratto iniziarono a cadere radi goccioloni di pioggia, aprii la bocca nel tentativo di dissetarmi e iniziai a leccarmi le labbra per raccoglierne il pi possibile. Subito gli occhiali si coprirono di gocce e la strada e il cielo si confusero in un pasticcio trasparente. Asciugai le lenti con le dita senza fermarmi e seguitai a pedalare. Umido e lucente mi sfil di fianco, dentro gli occhiali, il casottino giallo dei cantonieri, voltai come un razzo prendendo ancora velocit senza toccare i freni e presi a pedalare per imboccare la grande spianata che conduceva in paese. Dovevo sfruttare al massimo la volata. Al contatto con il terreno la pioggia evaporava subito e i goccioloni
scuri scomparivano lasciando il posto ad altri senza che l'asfalto si bagnasse. In prossimit del paese, mentre imboccavo un tratto della via Cassia che conduceva alle prime case, percepii un motore alle mie spalle, in lontananza, e voci eccitate che cantavano. Sperai che la distanza e la posizione avesse loro impedito di scorgermi e voltando di scatto mi infilai a casaccio in una via fra due case; questa divenne subito una gora scoscesa che finiva quasi a strapiombo in un buco fra i due edifici. Me ne avvidi, frenai, ma una poltiglia fangosa sul terreno fece scivolare le ruote e mi ritrovai a gambe all'aria contro la rete di un pollaio ricavato fra le pareti dei due edifici. Le galline cominciarono a starnazzare impaurite e con loro si alz ancora di pi un tanfo terribile e insopportabile che mi chiuse la gola dandomi il vomito. Poco lontano un cane prese ad abbaiare allarmato. Disteso in quel modo vidi passare appena la ruota della jeep e mi giunsero alle orecchie alcune parole di Giovinezza cantate malamente.
Mi alzai dolorante con un ginocchio sbucciato e l'uniforme imbrattata di guano e fango. Puzzavo come una latrina, raccolsi la bici e con enorme sforzo, scivolando pi volte sui miei passi, riguadagnai la strada. Raddrizzai il manubrio, rimettendolo in asse con la ruota, e mentre salivo in sella vidi aprirsi una finestra a uno dei piani superiori. Apparve il volto scuro e sospettoso di una contadina. Ti sei fatto male? mi domand. Non le risposi nemmeno, presi a pedalare pi forte che
potevo, con il ginocchio che pulsava come se dentro ci fosse stato un grande orologio da tasca.
Quando giunsi in prossimit della piazza stimai che fosse meglio non farmi vedere e girai in una strada secondaria che portava al giardino sul retro di casa mia. Infilai la bici nel cancello nell'identico istante in cui qualcuno da basso suonava il campanello. Salii le scale e a met incontrai mio padre che mi squadr dalla testa ai piedi.
Ah! Sei qui. Meno male! Poi, guardandomi meglio: Come sei ridotto? E sei anche in ritardo per il pranzo!
Era arrabbiato e nervoso, lo avevo capito subito, ancora prima che si accorgesse del mio stato.
And ad aprire la porta che dava sulla piazza, a fianco della farmacia, e io feci in tempo a scorgere molte gambe nella cornice dell'uscio. Di sopra, mia madre era alla finestra affacciata sulla piazza. Si volt e mi corse incontro, fermandosi un attimo prima di abbracciarmi per non sporcarsi.
Che ti  successo? Mi hai fatto stare in pensiero.
Sono caduto dalla bici mi scusai sinceramente dispiaciuto.
Vai a ripulirti e metti i panni a lavare che poi ti medico quel ginocchio mi disse, e torn preoccupata a guardare dalla finestra.
Nella stanzina del bagno c'era un alto finestrino che dava anch'esso sulla piazza: avvicinandoci una sedia, in bilico sulla spalliera, avrei potuto sollevarmi quel tanto che bastava per aprirlo e guardare fuori a mia volta. Mi spogliai per non sporcare il muro.
Tutta questa storia di salire per le scale, incontrare mio padre che scendeva precipitosamente e mia madre che mi spediva in bagno era accaduta in pochi istanti e quando guardai fuori vidi la gente che mormorava alle finestre; alcuni si sporgevano dai balconi trapuntati di gerani per capire il perch di quell'assembramento intorno alla jeep. Altre presenze si intuivano appena, rimpiattate dietro le persiane come tiratori scelti desiderosi di udire e di vedere senza essere visti. I pi spavaldi uscivano di casa e correvano verso la jeep. Volavano frasi del tipo:
Un aviatore americano!  scappato!
Un aereo caduto nel borro dell'inferno! Un aviatore fuggito chiss dove!
Era un aereo cicogna, era Pippo, quel maledetto che passa ogni notte e getta bengala per preparare la strada agli altri!
O mio dio, che paura!
Mio padre, a cui qualcuno dei suoi aveva suonato il campanello, si faceva strada verso la jeep e le persone si scostavano al suo passaggio. Vanni, in piedi sul cofano, raccontava le sue gesta insieme agli altri gesticolando, con un modo di fare che imitava il nostro Duce.
Che  successo? chiese mio padre richiamando la sua attenzione.
Lui si volt, lo guard con un'aria contrariata: Un maledetto yankee  caduto con il suo aereo e
si  nascosto nel bosco. L'abbiamo inseguito. Gli abbiamo anche sparato ment.
Ma non l'avete preso sentenzi mio padre sarcastico.
Colpa di tuo figlio, si trovava l per caso, prima se l' fatto scappare e poi si  messo in mezzo. Senza volere ci ha fatto perdere del tempo prezioso. Tremava come un coniglio.
Mio figlio? chiese mio padre perplesso, arrossendo un po' e fece per domandare altri chiarimenti.
In ogni modo non andr lontano. Adesso andiamo a prendere i cani e raduniamo una squadra per setacciare tutta la zona! lo anticip Vanni. E rimessosi al volante accese il motore.
Venite con me! disse a una squadra di camicie nere che si era radunata l intorno. Alcuni salirono sulla jeep, che straripava, altri tre lo seguirono a bordo di una sola motocicletta, quattro o cinque erano in bicicletta e corsero a cercare un'auto per unirsi al gruppo.
Dovr avvertire il comando tedesco! url mio padre.
Non ce n' bisogno, lo troveremo prima di sera.  nostro, noi italiani non abbiamo bisogno dell'aiuto di nessuno.
Molti curiosi ritornarono sui loro passi commentando l'accaduto, alcune donne chiesero a mio padre spiegazioni, e lui le tranquillizz. Non c'era nessun pericolo, potevano tornare in casa.
Sull'uscio del negozio di barbiere, sul lato ovest
della piazza, Fosco osservava la scena con un rasoio sporco di barba in mano e un cliente stava in piedi al suo fianco, con la grande tovaglia legata al collo e il volto coperto di schiuma a met.
Mi lavai velocemente con l'acqua fredda dentro alla tinozza e intanto pensavo alle parole che aveva detto quella serpe del Vanni di fronte a tutti. Ero rimasto allibito e la gola mi si era chiusa, ma ancora una volta non avevo pianto: "Un vero balilla non piange mai" mi ripetevo continuamente dentro la testa. Solo una rabbia cieca si era impossessata di me insieme a una smania incontrollabile, che sfogavo sfregandomi le gambe con il sapone da bucato. Il bruciore della ferita sul ginocchio era nulla paragonato al dolore di quella rabbia che urtava sulle sponde della mia anima come una palla da biliardo infuocata.
Maledetto! dissi a denti stretti e giurai che me l'avrebbe pagata. Ero contento di non avergli dato il mio prigioniero. Ora sapevo che si sarebbe preso tutto il merito, cos come avrebbe voluto prendersi il posto di mio padre.
Sentii bussare alla porta di vetro.
Fa' presto e vieni fuori. Devo parlarti! Era la voce di mio padre.
Di fronte a un piatto di frittata di cipolle che mia madre aveva messo via per me insieme a una fetta di pane, gli dovetti spiegare tutto l'accaduto.
Non fu facile. Per una frazione di secondo fui tentato di dire la verit. Non avevo mai mentito a mio padre.
Babbo! Non  vero che l'ho fatto fuggire. Ce l'ho.  nel nostro stalletto dei maiali e io l'ho fatto prigioniero.
Invece non lo dissi. Il volto di quel demone nero mi comparve nella mente, di nuovo pensai: "Un prigioniero stremato e moribondo: che gloria pu esservi?" Ci avevo solo sbattuto il naso.
Raccontai di averlo trovato dopo la caduta dalla bici e di averlo rincorso con la gamba che mi faceva male. Dissi che gli avevo sparato e forse lo avevo colpito e che avevo perso il cappello.
Avevo mentito a mio padre, per la prima volta in vita mia, su una cosa importante, eppure sentivo di non poter fare altrimenti.
Mi avevano educato all'obbedienza e adesso io tradivo questo insegnamento, disobbedivo. Perch? Ricacciando il senso di colpa pensai che, una volta consegnato il prigioniero nel pieno delle sue forze, insomma... mi avrebbe perdonato e sarebbe stato orgoglioso di me. Ma consegnargli uno straccio d'uomo, un moribondo. Me lo ripetevo per convincermi che non potevo farlo, che l'essermi imbattuto in quel negro non comportava alcun coraggio.
Mia madre, che mi stava curando la ferita disinfettandola e bendandola, mi guard incredula e si port le mani alla bocca. Potevi ucciderlo! E quel che  peggio poteva ucciderti.
Non le badai e raccontai che poi erano arrivati Vanni e gli altri e l'avevano inseguito dicendomi di tornare a casa. Dissi anche dello schiaffo e di come Vanni mi aveva trattato.
Pagher anche questa quel bugiardo disse mio padre e, sovrappensiero, mi carezz la testa con la mano aperta scompigliandomi i capelli.
Mi dispiace per la bottiglia dell'olio dissi.
Fa niente. L'importante  che tu sia vivo ribatt. Mamma ha ragione. L'americano avrebbe potuto spararti o aggredirti.
Mia madre lo guardava con due occhi da Medusa.
Tu e le tue pistole! esclam adirata. Me lo sentivo che doveva succedere qualcosa. E adesso, cosa gli faranno se lo prendono?
Lo faranno prigioniero ment mio padre pensieroso. E un prigioniero di guerra.  protetto dalla Convenzione di Ginevra.
Anche lui ci stava mentendo, tutti e tre sapevamo che le cose sarebbero andate altrimenti se lo avessero catturato.
Non aveva voglia di discutere, doveva pensare.
Vado alla casa del fascio. Ci sar bisogno di me disse, e usc senza prendere la giacca.
Anche mia madre doveva uscire per andare ad aprire la farmacia. Fece per rimettere a posto le bende e la tintura di iodio che aveva usato per la mia ferita, ma le dissi che ci avrei pensato io.
Dove vai questo pomeriggio? Preferirei che tu stessi intorno casa.
Porto a spasso Zecca risposi,  tutta la mattina che  legato in giardino. Non andremo lontano.
Un'altra bugia: non erano passate che poche ore
dal mio incontro con quel diavolo nero e avevo gi mentito a mio padre e a mia madre. Di questo passo mi sarei dannato irrimediabilmente. Me ne vergognai, ma non c'era tempo per quei pensieri. Corsi a prendere il mio zaino e vi misi l'occorrente per le medicazioni, poi aprii la credenza e arraffai un po' di formaggio e di salame. L'acqua l'avrei trovata alla campagna, mancava solo un pezzo di pane. Lo tagliai via dal filone iniziato cercando di non esagerare perch i miei non se ne avvedessero. Per ultimo andai nella stanza di mia madre e presi in prestito dalla libreria un piccolo dizionario di inglese.
Scesi le scale furtivamente per non farmi sorprendere da lei con lo zaino, la sentii armeggiare all'interno della farmacia e dal pianerottolo ombroso e profumato di cinabrese la salutai aprendo solo uno spiraglio della porta che dava dietro il bancone. Traversai il giardino; nella polvere c'erano ancora i proiettili che avevamo sparato io e babbo quella mattina. Aprii il cancelletto dietro al dondolo e al tavolo di ferro battuto e camminai verso l'orto e il capanno di Zecca. Quando mi sent cominci ad abbaiare contento.
Lo slegai, gli misi il guinzaglio e subito mi fu addosso ricoprendomi di leccate sul naso, con la coda mozza che frullava come un ometto del calcio balilla azionato da un giocatore indemoniato.
Avevo trovato Zecca per caso quasi un anno prima. Era un cucciolo vivace e gioioso, un incrocio fra
un segugio veterano nel dar dietro ai cinghiali e una cagnetta boxer insolitamente aggressiva. Il suo proprietario lo aveva voluto proprio cos, era andato a trovare la cagna in citt. Sperava che da due 
genitori eccezionali sarebbe venuto fuori un ottimo cane da cinghiali. Astuto come un segugio e forte e tenace come un boxer. La teoria della razza applicata ai cani. Alla prima battuta di caccia e ai primi spari il piccolo Zecca era fuggito via dalla paura rintanandosi sotto un cespuglio e coprendosi le lunghe orecchie con le zampe.
La mattina in cui lo incontrai il cacciatore in questione se lo tirava dietro in un prato, con il fucile in spalla. Zecca puntava le zampe intuendo, con l'istinto infallibile che gli animali posseggono, quale sarebbe stata la sua fine.
Ero in bici e dal viottolo del bosco dietro la nostra casa di campagna guardai quella scena e incuriosito mi avvicinai al cacciatore.
Va' via figliolo! mi url l'uomo vedendomi arrivare.
Che sta facendo signore? domandai, impietosito dal povero animale che si rotolava nella polvere come un peso morto, rifiutandosi di camminare.
Devo ammazzare questo cane. Vai via figliolo. Non sar uno spettacolo bello da vedere e anch'io se potessi ne farei volentieri a meno.
Oramai ero di fronte a lui: aveva una faccia gonfia e butterata, due baffi color cenere che gli coprivano il labbro superiore e due occhi piccoli e
tondi che quasi si toccavano alla sommit di un grande naso aquilino.
Ma perch lo deve ammazzare,  malato?
Peggio!  un fifone! disse, sputando nella polvere un grumo marrone di tabacco da masticare e ripulendosi la bocca con la manica della camicia macchiata.
Non  buono a nulla. N a fare la guardia, n ad andare a caccia. Solo a giocare, mangiare e bere  buono. Ma lo levo io dal mondo!
Ma che razza ?
Vattene ragazzino. Non mi fa' bestemmiare e lasciami finire questo lavoro.
Io non l'avevo mai visto un cane in quel modo. Mi guard con occhi tristi e supplichevoli. L'uomo prese a caricare il fucile con una mano tenendo il guinzaglio con l'altra. Invece che il muso di un cane sembrava la faccia di un clown: schiacciata, con il bianco intorno agli occhi e al muso e il naso nero, le orecchie lunghe come un segugio, il torace muscoloso, le zampe posteriori tozze e possenti e la coda tronca, appena accennata. Ci guardammo e ci capimmo, mi piacque subito.
Dissi: Perch invece di ammazzarlo non lo d a me?
L'uomo mi guard di traverso con i suoi occhi porcini. Le querce dietro le sue spalle erano una macchia di verde marcio issata su fusti neri sulle cui sommit le foglie bruciate dal sole iniziavano a colorarsi come fossero state animate da branchi di ragni color ruggine.
Mi stai prendendo in giro? mi domand. Davvero lo vorresti?
Certo! risposi speranzoso.
Non  che poi lo abbandoni e lasci che diventi selvatico? Cos che se fa danno nei pollai qua attorno vengono a cercare me. Sei sicuro che i tuoi sono d'accordo?
Proprio ieri mio padre mi ha detto che se voglio posso prendermi un cane. Sar contento che me lo sia trovato da me.
L'uomo si cacci un dito in bocca aggiustandosi il tabacco sui denti.
 fortunato questo bastardo. Qualcosa mi dice che me ne pentir. Se te lo do promettimi di non abbandonarlo e di trattarlo bene.
Prometto signore! dissi con un sorriso che mi attraversava la faccia da parte a parte.
Quanto me lo paghi? mi domand a bruciapelo.
Pochi attimi prima l'avrebbe ucciso e adesso voleva che lo trattassi bene e che glielo pagassi.
 un cane speciale questo disse l'uomo sputando di nuovo per terra dopo aver raschiato la gola con un suono stomachevole, e alzando il fucile lo punt sulla testa di Zecca, che si acquatt nell'erba iniziando a guaire.
Con quanto mi ha fatto dannare non so se mi va che sopravviva. Un mio amico ha letto su uno stupido giornale che incrociando un cane da cinghiali con un boxer avrei avuto un Ercole. Sono andato fino a Firenze per trovare una cagna giusta
e invece, il diavolo lo porti, ecco questa zecca buona solo a uggiolare. Questo  un cane speciale figliolo!  il cane pi vigliacco del pianeta, maledetto lui. E forse  anche il pi fortunato.
L'uomo pieg l'indice accarezzando il grilletto.
Rapidamente tirai fuori di tasca il mio coltellino alla zuava di Scarperia con il manico di corno, era nuovo fiammante e me l'aveva regalato mio padre per il compleanno.
Se me lo d le do questo coltello in cambio.  nuovo ed  di Scarperia...
L'uomo abbass il fucile e mi guard.
 tutto ci che hai?
S! risposi.
Fa' vedere! Lo apr e lo misur sul palmo della mano.
Per me  piccolo, ma per mio figlio andr bene. Pos il fucile a terra appoggiandolo alla gamba, tir fuori di tasca un sacchetto di tabacco da masticare, con il coltellino ne tagli via un pezzo e se lo sistem in bocca con le dita gialle. Anche la lama si era macchiata di giallo. Quando lo vidi che la ripuliva con un lembo della camicia, la richiudeva e lo metteva nel sacchetto del tabacco, mi si allegger il cuore.
Tieni! mi disse passandomi l'estremit della corda.  tuo! e si rimise il fucile in spalla allontanandosi verso il boschetto di querce.
Rimasi a osservarlo con quel rudimentale guinzaglio in mano. Il cane si era tirato su a sedere
sulle zampe posteriori e mi guardava agitando di contentezza la sua mezza coda.
Signore! urlai. Quello si volt da lontano temendo forse che avessi cambiato idea. Come si chiama? gli chiesi alzando la voce per farmi sentire.
L'uomo ci pens un po', poi dal limite del campo url la sua risposta: Zecca! e si mise a ridere. Zecca! Perch un cane fifone  inutile e fastidioso come una zecca spieg sempre ridendo.
Avrei potuto cambiargli facilmente nome. E, invece, seguitai a chiamarlo Zecca, perch anche lui, come me, era quello che era ed era inutile far finta, inutile chiamarlo Tigre o che so io. Lui era lui e io ero io. Lui con la sua paura del mondo e io con il mio poco fiato. Ma eravamo amici e insieme ci divertivamo un sacco e lui, oltre a essere il cane pi pauroso del pianeta, era anche il cane pi intelligente dell'universo. Riportava il bastone e quando ci parlavo capiva ogni cosa: quel giorno aveva capito che io l'avevo salvato e preso con me.
Con Zecca al mio fianco salii sulla bici e iniziai a pedalare. Non c'era tempo da perdere, le ricerche dovevano essere gi iniziate. Pregai mentre pedalavo che non lo avessero trovato nello stalletto di casa nostra o che non fosse gi morto. Di volata, con Zecca che mi correva dietro, imbucai via Bruno Mussolini e mi accorsi con rammarico che qualcuno, probabilmente con una scala qualche notte prima, aveva aggiunto sulla targa della toponomastica una scritta con il carbone: e anche i' su' babbo! Il marmo era stato imbiancato subito, ma con l'umidit la scritta era riemersa e ora si leggeva meglio di prima: Via Bruno Mussolini e anche i' su' babbo!
Tremai di rabbia nel vedere la memoria di un figlio e di un eroe fascista infangata in quel modo. Forse, pensai, gli unici figli all'altezza dei padri sono quelli che muoiono nell'adempimento del loro dovere.
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CAPITOLO 6.
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Per arrivare alla casa colonica decisi di fare un giro un poco pi lungo, risalii dalla parte opposta del paese e raggiunsi il podere per una serie di viottoli sterrati che correvano lungo campi di rape fiorite e d'erba medica, vigneti verdi e campi azzurri di lino che nei giorni di vento si muovevano spumeggianti. Per niente al mondo avrei voluto incontrare Vanni e gli altri lungo la strada, perch mi sarebbe toccato spiegare che cosa ci facevo l. Dato che la divisa era sporca ero vestito da borghese, con i calzoni corti e la camicia di canapa. Nello zaino avevo comunque messo la mia rivoltella per ogni evenienza e per domare il terribile prigioniero. Giunto alla casa colonica traversai l'aia da dietro, riempii un secchio d'acqua dal pozzo e mi portai sul lato sud passando sotto il muro. Gi nel bosco si sentivano i cani abbaiare sulle sue tracce, e le voci di Vanni e degli altri che li incitavano a cercare. Da un momento all'altro, se uno dei cani avesse infilato la pista giusta, ce li saremmo ritrovati addosso. Proseguii fino al porcile e agli stalletti dei maiali, tirai la stanghetta ed entrai insieme a Zecca nella prigione del mio americano.
Non c'era pi. Mi sentii mancare, ma insieme ne ebbi un gran sollievo. 
Non feci in tempo a tirare il fiato che Zecca abbai e and dritto verso un mucchio di fieno che non avevo notato. L'americano, stremato e impaurito dal cane, si sollev a fatica da sotto il fieno e fece il gesto di difendersi dall'animale coprendosi il volto con le braccia. Fu inutile, si becc quattro leccate in faccia e quando, sconcertato, riemerse da quel lavaggio, mi vide.
Aveva disfatto una balla di fieno e si era mimetizzato meglio che poteva. Respirava a fatica, sudava e di certo, se non fosse stato nero, sarebbe stato pallido come uno straccio. Doveva essersela fatta addosso dalla paura. Risi di gusto di quella scena. Lui disse qualcosa in inglese che doveva essere poco lusinghiero nei miei confronti. Poi prese a carezzare Zecca che gli scodinzolava intorno.
Lo richiamai. Non era bene familiarizzare con il nemico.
Mi accostai la porta dietro le spalle e misi il secchio d'acqua di fronte al negro. Questi ci tuff la faccia e bevve con avidit. Mi tolsi lo zaino, presi il pane, il formaggio e il salame e iniziai a passargli i pezzi che tagliavo. Mangiava tutto con ingordigia e mi osservava quasi incredulo. Guardai la sua gamba, la ferita era profonda e molto sporca e si era gonfiata ancora.
A un tratto sentimmo il latrato dei cani farsi pi vicino, come se stessero risalendo il torrente.
Dovevo portarlo in casa: uscii e corsi nella rimessa di lato al porcile in cerca di non so neanche io che cosa. Era un grande capanno di legno appoggiato alla casa dove stavano gli aratri, la macchina per ramare, delle botti vuote, cerchi in ferro, un vecchio diavolaccio per catturare gli uccelli con il vischio e tanti altri attrezzi e cianfrusaglie. Dalle assi delle pareti filtravano lame di luce polverosa. Dovevo trovare dei vestiti civili per spostare il negro dentro la casa, l lo avrei medicato e poi l'avrei nascosto in soffitta. Trovai un vecchio grembiule, dei pantaloni lisi, ma era tutto inutile. Mi chiedevo stizzito come cavolo avrei potuto fare a nascondere un negro, quando vidi appeso a una trave sul fondo della rimessa uno scafandro con tanto di casco e retina che mio padre usava per le api.
Lo staccai utilizzando una scala a pioli che giaceva per terra fra dei pali da vigna e tornai di corsa al porcile. Non avevo richiuso la porta alle mie spalle. Il negro stava ancora mangiando e Zecca faceva la corte alle poche briciole che lasciava cadere sul pavimento. Gli feci segno di indossarlo. Cos, se da lontano lo avessero visto, non l'avrebbero riconosciuto. Mi guard ammirato e sorrise. L'aiutai a sollevarsi e a infilarselo.
Uscimmo e lo sorressi fino all'entrata della casa. Entrambi zoppicavamo, anche se la mia sbucciatura era nulla in confronto alla ferita dell'americano. Lui mi guard la gamba e annu, quasi a sottolineare che avevamo qualcosa in comune. Non ricambiai il suo gesto d'intesa e lo guardai serio perch non si dimenticasse di essere mio prigioniero, un prigioniero che conciato in quel
modo sembrava un extraterrestre dei fumetti dell'"Avventuroso".
Nella loggia, nascosta sotto un sasso dentro la terza conca di limoni da sinistra, c'erano le chiavi della casa. Aprii e quasi spinsi dentro quello strano ospite. Entr nell'atrio fresco e si lasci cadere su una sedia. L'aiutai a liberarsi dello scafandro. Sul fondo della cucina c'erano un grande focolare e un tavolone contornato da due panche, la credenza e l'acquaio di graniglia sul quale si apriva una finestra. Corsi ad accostare gli scuri lasciando entrare appena una fettina di sole. Tirai quattro mandate da dentro, feci segno all'americano di non far rumore e salii in camera dei miei a guardare la vallata.
Da l si vedeva il bosco e si udiva l'abbaiare dei cani. Le grida dei nostri inseguitori si stavano allontanando, divenivano sempre pi fioche. Immaginai che giunti al punto in cui avevamo guadato il torrente, i cani si fossero diretti verso la falsa traccia; fra non molto sarebbero sbucati sulla provinciale, l dove il viscido ambulante mi aveva dato un passaggio quel giorno. Sorrisi, soddisfatto di me, seguitando a guardare le cime degli alberi e immaginando la scena dei cani impazziti all'inseguimento di un soldato fantasma. Poi ridiscesi, mi avvicinai all'uomo che aveva chinato la testa sul tavolo per lo sfinimento. Con mio padre farmacista avevo visto diverse volte curare delle ferite, l'ultima quella mattina stessa: la mia.
Non potevo accendere un fuoco per bollire dell'acqua per paura che qualcuno notasse il pennacchio di fumo salire dalla casa colonica. Presi uno straccio e dell'acqua pulita e gli feci intendere che doveva lavarsi la ferita. Strinse i denti per il dolore e piano piano la crosta di sangue e lo sporco si sciolsero rivelando un grande buco: un ramo, spezzandosi, l'aveva infilzato come una lancia rudimentale. Mentre si lavava gli cambiai l'acqua pi volte. Estenuato, si tolse la cinghia di pelle che si era legato alla base della ferita per paura di dissanguarsi e il sangue riprese a colare lentamente. Disinfettai il foro con del cotone e della tintura di iodio e lasciai dentro dei batuffoli per otturare la ferita. Forse tutto ci non sarebbe stato sufficiente: la gamba si era gonfiata ed era diventata blu a causa del colpo subito.
Il negro vide una cesta del cucito vicino alla finestra e mi fece segno di portargliela. L'aprimmo, prese un ago robusto e del filo di refe bianco, ci vers sopra dell'alcool e della tintura di iodio e stringendo i denti ricuc insieme i lembi di carne che la ferita aveva aperto. Voltai la testa inorridito, ma subito dopo tornai a guardare e dovetti constatare che dopo la cucitura la ferita aveva decisamente un aspetto migliore. C'era solo da sperare che la carne lacerata si rimarginasse.
Durante tutta quell'operazione mi passavano per la testa un sacco di pensieri, rapidi come lepri che saltano un cespuglio. Pensavo che quando l'americano fosse stato meglio sarebbe divenuto difficile tenerlo l e non farlo scappare. Che quel
bastardo aspettava solo di rimettersi per fregarmi. Ma poi un altro pensiero pi terribile mi allag la mente e iniziai veramente ad avere paura.
Pensai che per tutti quanti il prigioniero era fuggito sulla provinciale lasciandosi dietro indizi troppo vistosi e brandelli di stoffa troppo ben tagliati. Chiunque trovando quelle tracce avrebbe capito che erano fatte ad arte. E siccome non pu esistere una preda che si diverta a farsi trovare, quel fuggitivo doveva per forza avere un complice che aveva confuso le tracce. Se i cacciatori avessero compreso questo per me sarebbe stata la fine. Sarei divenuto il sospettato principale. Se poi avessero trovato il mio fez in prossimit di quelle tracce!
Con un nodo alla gola sistemai l'uomo in soffitta, nel caso fossero venuti i miei o il contadino per prendere qualcosa in assenza dei padroni. Rimisi a posto ogni cosa per cancellare i segni della nostra presenza, feci capire all'americano di non far rumore, chiusi la porta rimettendo a posto la chiave e mi diressi verso casa pensando a quelle stupide tracce troppo evidenti e al fez che avevo perduto, magari proprio in quel tratto del percorso. Dopotutto non ero cos furbo come credevo.
Da l a poco avrei saputo se avevano capito di essere stati gabbati, o se semplicemente si erano limitati a correre dietro ai cani fino alla provinciale. Nel primo caso per me sarebbe stata la fine. Lo stomaco mi si avvolgeva dall'ansia e c'era tutta la strada da fare. Presi Zecca con me e mi misi in cammino.
Prima di andarmene il negro mi aveva di nuovo detto Thank you! E io gli avevo spiegato, sforzandomi di imitare lo sguardo serio di mio padre, che no: niente "tanche iu!", lui era mio prigioniero. Avevo preso il vocabolario dallo zaino e cercato la parola: prisoner!
Quel maledetto l'aveva letta sorridendo e annuendo come per darmi ragione, ma prima di lasciarsi cadere esausto sulle coperte, nell'ombra della soffitta, mi aveva ripetuto: Thank you!
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CAPITOLO 7.
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Arrivai a casa verso le sei del pomeriggio, legai Zecca e salii le scale per rimettere a posto l'avanzo delle bende, l'alcool e la tintura di iodio. Ero stremato e sudato fradicio per il gran caldo. Quello era stato il giorno pi lungo e incredibile della mia vita e non era ancora finito. Non feci in tempo a chiudere l'armadietto dei medicinali che sentii mia madre rientrare per preparare la cena. Babbo era sempre pi spesso alla casa del fascio e lei doveva tenere aperta la farmacia, pensare alla casa e cucinare i pasti.
Metti a cuocere del riso per Zecca, e aggiungici qualche frattaglia di pollo. Ma poche, che c' chi non ha pi neanche quelle.
Va bene risposi, mentre nel mio cervello sventolavano quei pezzetti di calzoni insanguinati e perfettamente strappati che avevo annodato ai cespugli e quel fez che avevo perso proprio l dove non avrei mai dovuto essere.
Quando hai dato da mangiare al cane, lavati e vieni a tavola. Babbo sar qui a minuti si raccomand ancora mia madre.
Dove sei stato oggi?
Ho portato Zecca in un campo qui vicino a sgambare un po' mentii un'altra volta.
Io invece ho assistito alla scena dei prodi eroi tornati dalla caccia all'americano. Sono arrivati con le jeep e i cani qui in piazza e cantavano, ma senza allegria. Si sentiva che non erano contenti e avevano le facce stanche, graffiate dai rovi e tirate. Dalla casa del fascio gli si son fatti subito incontro per sapere se l'avevano catturato e Vanni ha risposto che quel maledetto era sparito nel nulla.
Chiss dove sar? Fosco  venuto in farmacia a prendere i sali per i piedi, si  sporto sopra il bancone e mi ha detto: "Sonia. Signora... secondo me quelli sono cani da cinghiale, ne hanno sentito uno e gli sono corsi dietro. Ci voleva un cano da ameri... cano!" e ha riso di gusto della sua freddura.
A quelle parole non ho potuto fare a meno di ridere anch'io, pi per il sollievo che per la battuta di Fosco. Anche la mamma sembrava sollevata dal fatto che non l'avessero trovato.
Hanno detto qualcosa... perch non lo hanno trovato? le ho domandato.
Non lo so, sentivo che parlavano di partigiani.
Partigiani, partigiani, partigiani... tenendo in mano la bacinella di smalto sbeccata con la cena di Zecca sono sceso gi fino al giardino ripetendomi quella parola: Partigiani, partigiani, partigiani!
Quasi mi veniva voglia di cantare dalla contentezza. La paura mi aveva giocato un brutto scherzo. Se avevo perso il cappello da qualche altra parte, magari salendo sul castagno, nessuno poteva pensare che io avessi confuso le tracce. La verit 
semplice se uno la sa, non  cos semplice per se non la si conosce, e loro non la sapevano, non avrebbero mai potuto neanche immaginarla. Un ragazzino fascista biondo e occhialuto che salva un aviatore americano e confonde le tracce. Impensabile! Il bosco, invece, era pieno di ribelli! Avevano incontrato l'americano, l'avevano preso con loro e si erano divertiti a confondere le tracce per non farsi trovare. Ecco come erano andate le cose! Per i contestatori come Fosco, gi dal giorno dopo sarebbe circolata un'altra voce e in molti avrebbero riso di soddisfazione: gli splendidi segugi di Aristide si erano messi a rincorrere un cinghiale!
Ma la mia contentezza dur solo pochi istanti: mio padre entr in casa agitato e nervoso.
Si  unito ai partigiani! esclam. Quel figlio d'un cane ha avuto fortuna, l'hanno trovato prima loro. Lo dicevo io che era meglio avvertire i tedeschi. Loro sono formidabili in queste cose, anche troppo!
Allora capii che quella era anche una sua sconfitta e che io vi avevo contribuito. Se solo avesse potuto immaginare che di fronte a lui sedeva il responsabile di quella sparizione...
Mia madre serviva la minestra con un ramaiolo, a testa bassa. Guard mio padre quasi con piet: Non  meglio cos? Pensa a cosa gli avrebbero fatto se l'avessero preso.
 un nemico! tuon mio padre battendo il pugno sulla tavola. L'avremmo interrogato per
sapere... Invece cos  uno in pi con i ribelli... Ma stavolta il discorso non gli veniva.
Ma s concluse stanco. Tanto, qui va tutto in malora. Almeno non ce l'ho sulla coscienza.
Ebbi paura, non l'avevo mai sentito parlare cos. Fu come se guardando il suo ritratto perfetto per la prima volta mi fossi reso conto di una piccola crepa e l'avessi vista ingigantirsi in un secondo per strappare in due il suo volto. Vidi le sue prime rughe, i primi capelli grigi che non avevo mai notato e, senza che lo capissi, in quell'attimo tutto il mio mondo inizi a sgretolarsi.
I discorsi del Duce alla finestra, i nostri sabati fascisti, le adunate con le uniformi, i saluti e le canzoni, perfino i giochi ginnici che avevo sempre odiato, sprofondarono d'un tratto nelle sue parole e la terra mi vacill sotto i piedi.
Vedere la testa del mio Duce rotolata gi dalla casa del fascio, sentire del suo arresto, non mi avevano provocato la vertigine che mi provocarono quella sera le parole di mio padre.
Adoro la tua coscienza disse mia madre. E ingombrante come una limousine!
Eh no! replic lui sorridendo. Non ti allargare, semmai come un'Alfa Romeo.
Ridemmo tutti di gusto; sparecchiai la tavola, li baciai e corsi subito a letto. Avrei tanto voluto ascoltare i loro discorsi, ma ero spossato e prima che anche loro andassero a letto dormivo profondamente.
Fu un sonno agitato, devastato dagli incubi, come succede quando si  troppo stanchi.
Sognai che io e il negro ci tenevamo abbracciati in un bosco fitto e scuro e correvamo con tutto il fiato che avevamo. Era notte e non si vedeva dove si mettevano i piedi. Improvvisamente realizzai che quell'abbraccio era necessario perch le nostre gambe ferite erano state tagliate e adesso per correre con le gambe buone dovevamo tenerci stretti, come fossimo stati una persona sola, uno strano animale bicefalo. Dietro di noi si sentivano l'abbaiare dei cani e le voci dei nostri inseguitori sempre pi vicine; i rami ci frustavano il volto e continuavamo a correre. Le urla di comando di Vanni mi gelavano il sangue, anche nel sogno non avevo pi fiato e allora l'americano mi supplicava con gli occhi grandi e lucidi come due bilie di porcellana: "Non ti fermare! Non ti fermare!" E io gli dicevo: "Vai tu! Vai avanti senza di me! Mettiti in salvo!", ma era chiaro che senza la mia gamba non poteva correre e allora si fermava anche lui ad aspettare i cani, si copriva la faccia con le mani e si metteva a piangere. Improvvisamente un grande cane nero, grosso come un cavallo, ci scavalcava con un balzo, da dietro le nostre spalle, e atterrava di fronte a noi puntando le zampe nella polvere. Il molosso si voltava a guardarci con due occhi che non erano i suoi ma quelli di Vanni e il suo muso diveniva ora la faccia di Vanni. La bava gli colava dalla bocca rossa di cane gigante, piegata in un ghigno di soddisfazione, mentre i suoi occhi gialli e sadici, ignorando il negro, si posavano su di me riempiendosi di contentezza. Poi si muoveva con due passi circospetti avanti e indietro, infine, ringhiando e digrignando i denti, si gettava risoluto contro di me per azzannarmi alla gola.
A questo punto del sogno mia madre mi svegli toccandomi delicatamente il braccio: evidentemente mi aveva sentito urlare ed era subito accorsa.
 solo un brutto sogno mi disse carezzandomi la fronte sudata. Oggi nel bosco devi esserti preso paura a vedere quell'americano. Sei ancora solo un bambino, il mio bambino.
Ci abbracciammo forte e sentendo il suo profumo, con il volto immerso nella sua vestaglia, mi tranquillizzai e il mio cuore riprese a battere regolarmente, come quando ero piccolo e la sera mi cullava tenendomi in braccio.
La mattina dopo mi alzai stanco e di malumore. Continuavo a ripensare a quel sogno che non prometteva nulla di buono. Di sicuro da l a poco mi avrebbero scoperto: non potevo permetterlo, dovevo consegnare subito l'americano o sarebbe diventato troppo difficile da spiegare.
Mentre inzuppavo il pane raffermo nel latte della colazione guardai fuori. Le finestre che davano sulla piazza erano tutte chiuse e davanti alla casa del fascio c'era un camion pieno di soldati tedeschi; alcuni erano giovanissimi e avevano l'aria stanca e assonnata. Di fronte al camion c'era una jeep, con l'autista intento a fumarsi una sigaretta.
"Che cosa volevano?" Mentre me lo chiedevo, mio padre e Vanni uscirono preceduti da un ufficiale tedesco che parlava animatamente, gesticolando a scatti, come una marionetta impettita. Il colonnello tedesco non sembrava contento; Vanni aveva la faccia di uno scolaro cui stiano facendo una ramanzina, mentre mio padre annuiva serio, in una postura dignitosa, ma scomoda.
Voltai lo sguardo verso l'altro lato della piazza e vidi, oltre il vetro del suo negozio di barbiere, Fosco che guardava la scena, con le forbici in mano.
Nell'assistere a quell'episodio, per l'ansia avevo mangiato quasi tutto il mio pane: mi fermai, ne cercai un altro po' nella credenza trovando solo poche croste e le misi in tasca. Avevo molta fame e lo stomaco reclamava una lauta colazione, ma finch l'americano era mio prigioniero dovevo preoccuparmi anche di lui. Lo stabiliva la Convenzione di Ginevra.
Quando un'ora dopo io e Zecca giungemmo alla campagna, trovammo l'americano in soffitta nell'identico punto dove l'avevamo lasciato. Ci sorrise. Senza salutarlo e impedendo a Zecca di fargli le feste, mi chinai su di lui per dargli il pane che avevo in tasca e dei fichi maturi che avevo raccolto durante il tragitto. Solo allora mi resi conto di aver dimenticato la pistola a casa. Come potevo essere cos stupido?
Mentre pedalavo ci avevo pensato a lungo: oramai era deciso, non potevo rischiare che il sogno
si avverasse. Quella sera stessa l'avrei consegnato a mio padre dicendogli che ero stato io a catturarlo. Sennonch quando mi avvicinai al prigioniero mi resi conto che stava tremando e aveva la fronte imperlata di sudore. La faccia era congestionata; lo toccai e sentii che scottava come la piastra di una cucina a legna accesa.
Tirai gi la coperta e sfasciai la ferita. Si era gonfiata e aveva un bordo rosso vivido e frastagliato, i punti tiravano e con il gonfiore il buco si era riaperto simile alla bocca violacea di un mostro.
C' entrata l'infezione constatai a voce alta.
In preda al panico mi misi a pensare, camminando nella stanza avanti e indietro.
Presi dell'alcool e del cotone dal cassettone di camera dei miei e tentai di ripulirla, mentre l'americano stringeva i denti per il bruciore; finch mi fece segno di smettere scuotendo la testa.
Aveva gli occhi lucidi come due olive appena tolte dal ranno. Prese a sfogliare a fatica il piccolo dizionario di mia madre che gli avevo lasciato. Mi chiese di avvicinarmi e mi indic una parola.
Mi chinai a leggere. I suoi denti battevano come un telegrafo in ricezione, stava veramente male.
Medicine: medicina, medicamento lessi.
Medicina?
Per una "e" dissi. L'avrei capito anche senza il vocabolario.
Dovette intuire le mie parole perch nonostante la febbre sorrise.
Yes, new American medicine: antibiotici
Non avevo idea di cosa fosse un antibaiotic. Forse la parola era nuova, perch non c'era sul dizionario di mia madre.
Intanto cercai altre coperte, ma il negro non le voleva.
Water! seguitava a ripetermi. Water, acqua!
Riempii una brocca di vetro e la misi vicino al suo giaciglio, insieme a un bicchiere. Sollevandogli la testa l'aiutai a bere.
Antibiotici mi disse ancora, delirando.
Ho capito! Ma insomma, mi aveva preso per il suo infermiere?
Mi trattenne per la manica della giacca e mi mostr l'orologio che aveva al polso, poi si tolse anche una catenina d'oro con l'effige di un santo e mi mise tutto in mano. L per l non capii. Avevo gi notato la bellezza di quell'orologio da aviatore color oro, con tanti piccoli numeri e disegni, che lo facevano somigliare a una bussola.
Non voglio questa roba! dissi. Non mi puoi corrompere! Sei e rimani il mio prigioniero!
Ero mortalmente offeso da quel gesto.
For antibiotici mi disse guardandomi. Gold! Oro.
A quelle parole capii, imbarazzato infilai tutto in tasca e promisi che avrei cercato questo antibaiotic.
Nel frattempo per dovevo cercare ben altro o il prigioniero sarebbe morto di fame. Cercai inutilmente in casa qualcosa da mangiare e, non trovandone, presi una decisione che mi avrebbe fatto discendere un altro gradino nella scala della mia disubbidienza. Decisi che avrei preso del vino dalla cantina di mio padre e uno dei salami. I salami erano contati, erano solo sette, ma se avessi preso quello sul fondo, quando se ne fosse accorto avrei potuto spiegare tutto, giacch di sicuro ci sarebbe avvenuto dopo la consegna del prigioniero.
L'unico problema in quel momento era la febbre; se mi fosse morto il prigioniero in soffitta, allora sarei stato veramente nei guai. Adesso davvero non potevo consegnarlo. L'idea di consegnare un moribondo mi inorridiva e rendeva futile tutta la fatica fatta fin l. Dovevo prima curarlo e gi sapevo che per curare quel demonio nero, ammesso che ci fossi riuscito, avrei dovuto rubare e mentire ancora. Quel negro era precipitato nella mia vita come una maledizione dalla quale non riuscivo a liberarmi.
Se solo quel giorno fossi passato di l dieci minuti dopo, niente di tutto ci sarebbe accaduto. Per la prima volta comprendevo il significato di una parola che avevo sentito pronunciare dai vecchi tante volte: destino. Gi! Ognuno ha il suo destino, e il mio, senza che io lo avessi mai sospettato, era intrecciato a quello di quell'uomo venuto da oltre l'oceano per combattere contro la mia gloriosa Patria.
Tagliai il prezioso salame di mio padre e lo appoggiai accanto alla brocca dell'acqua. Me ne andai lasciandolo che delirava dal freddo. Vederlo era uno spettacolo penoso. Per la prima volta ebbi la quasi certezza che, qualsiasi cosa avessi fatto, lui sarebbe morto.
Io e Zecca riprendemmo la strada di casa con questa nuova preoccupazione e quando fummo vicino alla fonte del Bruno, nei pressi di una grande curva che tagliava profumati campi di lino morbidi e azzurri, vidi in lontananza tre ombre che avanzavano verso di me.
Man mano che si avvicinavano iniziavo a distinguerli: erano Germano, con il suo fisico asciutto e tornito, Ivano, e quella palla scura che arrancava in coda al trio doveva essere per forza Danilo.
Quando fui abbastanza vicino frenarono sollevando un nuvolo di polvere e, messisi di traverso l'uno accanto all'altro con le bici, mi bloccarono la strada. Mi fermai anch'io, mentre Zecca gi scodinzolava loro intorno.
Sperai che fossero in buona, giacch la noia talvolta li rendeva cattivi e fastidiosi come tafani. Germano soprattutto, il figlio di Vanni, ce l'aveva con me per i miei voti e perch ero il figlio del podest. Nelle parate cercavo di stargli alla larga per evitare i suoi dispetti. Adorava rubare il fez ai pi piccoli e farli piangere passandolo agli altri del suo gruppo. Il malcapitato correva dall'uno all'altro implorandoli, ma per quanto arrancasse o si disperasse come un giovane toro nell'arena, non riusciva mai a recuperare il cappello.
Ciao! mi disse. Dove sei stato?
A cercare fichi.
Vorrai dire a rubare fichi. Ecco che le cose prendevano subito una brutta piega; mi guardarono soddisfatti.
Danilo, dentro l'uniforme nera, sembrava una grande melanzana, era sudato e rosso e i suoi occhietti azzurri quasi scomparivano alla sommit delle sue gote, come i bottoni di certi cuscini ben imbottiti. Sorrise, con la sua bocca piccola che si apriva appena mostrando i denti gialli, e facendolo sembrare un idiota. Tale e quale a suo padre: un Aristide in miniatura.
Ivano, invece, era piccolo e scuro, ma tosto come un pezzo di catasta. Aveva i capelli neri come suo padre che era un muratore venuto dal Sud e che, sfortunatamente per lui, preferiva il fiasco alla cazzuola e usava la cinghia per educarlo. Aveva trovato nel partito il modo di non lavorare troppo e di tirare avanti facendosi rispettare dalla moglie e dal figlio. Silenzioso, Ivano mi guard sogghignando come per dire: "Che vuoi farci? Ci hai incontrato e ora sono affari tuoi!"
Ma, come ho gi detto, il peggiore di tutti e il capo indiscusso del trio era senz'altro Germano, il figlio di Vanni, asciutto e muscoloso come il padre, era un solo fascio di nervi, con la faccia a scheggia, il ciuffo che gli calava sugli occhi verdi e la bocca sdegnata, come quella di chi non c'era quando distribuivano caramelle ed  rimasto senza.
Quel giorno l masticava un filo d'erba tenendolo all'angolo delle labbra. Germano a scuola era una frana ma poteva catturare le vipere con le mani; una volta le aveva vendute a mio padre per il siero. Si divertiva a catturare le serpi con la bottiglia del latte e liberarle fra le donne al lavatoio per vedere le loro gambe nude quando alzavano le sottane. Ma il suo vizio peggiore era quello di rubare qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Nonostante ci, mi disse divertito: Lo sai che un vero fascista non dovrebbe mai rubare?
Qualsiasi cosa avessi risposto avrebbe fatto il suo gioco, dovevo mostrare di non aver paura. Danilo e Ivano ridacchiavano.
E voi dove state andando? domandai.
Sembr funzionare, Germano s'impett e mi rispose: A catturare l'americano. Quello che ti sei fatto scappare tu!
Diventai rosso e abbassai lo sguardo fissandomi le scarpe.
Be', buona fortuna allora e feci per forzare il blocco insinuandomi con la bici fra la ruota anteriore dell'una e la posteriore dell'altra.
Sei proprio buffo con quegli occhiali e la lingua sempre di fuori intervenne Ivano, come obbedendo a un tacito ordine.
Feci finta di non sentire.
Lasciatemi passare!
Sei proprio una vergogna per tutti i balilla, per colpa tua ci rimettiamo tutti! rincar Danilo.
Cercavano di provocarmi, sentivo la rabbia salirmi in gola, ma non dovevo cedere, non dovevo
fare il loro gioco. Erano in tre, pi alti e robusti, mentre io ero solo con Zecca, che in questi casi non serviva a nulla.
Non rispondi, eh! Perch non vieni con noi ad aiutarci a cercare l'americano? mi chiese Germano.
Non l'ha trovato tuo padre, come pensi che possiamo trovarlo noi? Probabilmente  con i ribelli risposi. E poi debbo andare a pranzo o mia madre star in pensiero.
L'accenno al fallimento paterno gli fece storcere ancora di pi la bocca, si pass il filo d'erba sull'altro lato con un movimento da elastico delle labbra.
Almeno mio padre  andato nel bosco a cercarlo, il tuo invece se ne sta in ufficio dietro la scrivania a scrivere lettere d'amore a quella comunista di tua madre disse e rise di gusto. Anche gli altri risero, forzatamente, come obbedendo a un segnale convenuto.
Mia madre non  comunista! ribattei deciso.
S che lo . Lo sanno tutti che tuo nonno era un comunista incalz Ivano.
Forse mio nonno, ma non mia madre!
Eppure parla la schifosa lingua inglese! continu Germano con disgusto e prendendo il filo d'erba con la mano ossuta ne recise un pezzo con i denti e sput.
Gli altri risero. Poi Danilo, non sapendo che dire, diede un calcio alla mia bici facendola cadere a terra.
Mentre mi chinavo per raccoglierla sentii un piede posarsi sulle mie natiche e spingermi avanti; gli occhiali mi caddero nella polvere e ruzzolai sopra la bici.
Zecca ci guardava interdetto e scodinzolava, abbai due volte confuso, ma quando Germano batt le mani con forza e gli url Puzza via! gua, uggiol e and ad accucciarsi sul bordo della strada, con gli occhi tristi.
In ginocchio, rinforcai gli occhiali e mi rialzai prendendo una manciata di terra nelle mani. Quando fui in piedi, impolverato e con le ginocchia graffiate dissi: Lasciatemi passare e intanto stavo pronto a gettare negli occhi la terra. Ma fortunatamente non ce ne fu bisogno.
Oh, sei caduto? mi domand ironico e soddisfatto Germano. Scommetto che spione come sei andrai subito a casa a raccontare tutto al pap e alla mamma.
Non risposi, alzai la bici e presi a pedalare, seguito dalle loro risate. Erano contenti della loro bravata. Se non fosse stato per mio padre forse avrebbero osato anche di pi.
Cos impari a rubare i fichi! mi url Germano da lontano. Zecca riprese a trotterellarmi a fianco con lo sguardo triste e colpevole di chi sa di non aver fatto il proprio dovere; del resto anch'io non ero stato esattamente un eroe. Ognuno  ci che , c' poco da fare. Mi spolverai un po' alla meglio e salii in casa per il pranzo.
A tavola mio padre, mentre io facevo scivolare
nelle tasche pezzi di pane e polpettine di lesso, si mise a raccontare della visita del comandante tedesco. Lo stesso a cui avrei dovuto portare l'olio il giorno prima e che avevo visto quella mattina nella piazza con i soldati.
Era un uomo dal viso rubicondo con due baffi insignificanti, i capelli a spazzola grigi fitti come moquette e due grandi basette che quasi cingevano in un abbraccio la testa tonda: pareva un melone con il colbacco e i paraorecchi di pelo abbassati. Senza l'uniforme sarebbe potuto sembrare un tranquillo oste di campagna, ma l'aspetto a volte pu trarre in inganno.
Con questa storia dell'aviatore scomparso adesso il comandante Huber vede ribelli dappertutto. Continua a dire che se ci sono cos tanti partigiani da riuscire a toglierci un americano di sotto il naso in pieno giorno  perch hanno l'appoggio dei contadini e della popolazione. Da stamattina ha passato al setaccio un sacco di case coloniche l intorno in cerca di indizi. Se avesse trovato un cornino di corallo rosso nel corredo di una neonata l'avrebbe mangiata tacciandola di essere una partigiana.
Mia madre sorrise: Allora sono stati anche alla campagna?
S, ma sanno che  casa mia e che non ci abitiamo. Cos hanno guardato fuori, controllato che la porta fosse chiusa e che non ci fossero vetri o finestre aperte. Gli interessavano le case abitate dai
contadini. Hanno studiato tutto il terreno della fuga, le tracce, gli indizi.
Mi sentii morire pensando alle mie orme e al cappello. Una polpetta mi and di traverso quasi fino a soffocarmi. Passato l'incidente, con mia mamma che mi picchiava sulle spalle, domandai: E cosa hanno trovato?
Credo non molto, dopo il passaggio di Vanni e degli altri cinghiali, qualsiasi impronta ci fosse... fece un gesto con la mano, come dire cancellata!'
In cuor mio tirai un sospiro di sollievo.
Rimane il fatto che rischia di andarci di mezzo qualche innocente disse mia madre.
Sono sempre tutti innocenti per te! ribatt mio padre. Eppure qualcuno deve pur aver aiutato lo yankee!
Dopo aver rigovernato, mia madre si distese sull'ottomana nella penombra della stanza per riposarsi e babbo usc. Sentii i suoi passi per le scale, lo sbattere della porta e lo immaginai mentre traversava la piazza ed entrava nella casa del fascio per discutere di quanto era accaduto quel giorno e decidere il da farsi.
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CAPITOLO 8.
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Quel pomeriggio, nonostante non li avessi molto lunghi, decisi che era venuto il momento di tagliarmi i capelli. Avevo domandato a mia madre che cosa volesse dire antibaiotic. Meravigliata, mi aveva risposto che era una medicina molto efficace contro le infezioni e che noi non l'avevamo, era una cosa che avevano gli americani sbarcati al Sud, e anche l si trovava solo al mercato nero dove se la facevano pagare a peso d'oro. In italiano si chiamava penicillina o antibiotico.
Improvvisamente mi era tutto chiaro, il negro aveva ragione: ecco il perch di quella collana e dell'orologio. Non sapevo da che parte iniziare. Ci avevo pensato a lungo e avevo concluso che l'unica persona, l'unico che mi poteva aiutare, era senz'altro Fosco.
Mi misi di guardia alla finestra e attesi l'ora di apertura del negozio di barbiere. Se avessi avuto fortuna sarei stato solo e avrei potuto domandargli un consiglio. Non era giorno di mercato e da tempo ormai non aveva pi molti clienti. I pi giudicavano non fosse il caso di farsi vedere con lui e solo pochi temerari si ostinavano a farsi radere e tagliare i capelli nella sua piccola bottega.
Era uno dei pochi negozianti del paese che non
aveva voluto prendere la tessera. Con la formazione della Repubblica di Sal si era inventato una battuta che rivendeva a tutti, a tutti meno che a mio padre, dal momento che non si parlavano pi dal tempo della Marcia su Roma.
Per una vocale! diceva, se un fascista lo interpellava. Voi siete repubblichino e io repubblicano, non c' mica tanta differenza! E rideva sotto i baffi: Voi non date fastidio a me e io non ne do a voi.
Eppure Fosco sapeva che la speciale impunit di cui godeva la doveva a mio padre e alla loro vecchia amicizia, a tutti i giorni che aveva trascorso a reggergli il saccone da box e ad allenarlo. Tutti, perfino Vanni, sapevano che se avessero osato toccare Fosco, se la sarebbero dovuta vedere con il babbo.
Volevo bene a quell'uomo, mi aveva visto nascere e tenuto sulle ginocchia. Mi aveva insegnato a pescare e a far saltare i sassi piatti sulla superficie del fiume. Era formidabile. Nonostante ci non mi capacitavo del perch un uomo cos, tutto d'un pezzo, non amasse la Patria e il Duce come me e come il babbo. Anch'io come la mamma avevo sofferto quando si erano allontanati l'uno dall'altro, ma non ero riuscito a volergliene. Neanche mio padre ci era riuscito, semplicemente dal giorno della loro lite non l'aveva pi cercato, non si erano pi cercati. Tuttavia pretendeva che io mi tagliassi i capelli da lui almeno una volta al mese e quando gli chiesi perch Fosco non fosse fascista, lui mi
rispose che non era poi cos grave, che Fosco credeva in altre cose e meritava il nostro rispetto per la determinazione e il coraggio che dimostrava nel tener fede alle proprie idee. Per mio padre da questo si misurava un uomo, dal suo tener fede a un'idea, qualunque essa fosse.
Confuso come allora dal ricordo di quelle parole, vidi la saracinesca aperta: doveva gi essere arrivato senza che io me ne fossi accorto.
Corsi gi per le scale fino al negozio domandandomi a ogni passo come avrei potuto chiedergli aiuto. Non avrei certo potuto raccontargli la verit, tantomeno avrei potuto spiegare il possesso di un orologio americano che, realizzavo d'un tratto, in quella situazione non mi serviva proprio a nulla.
Nel frattempo ripensavo al mio negro febbricitante e me lo figuravo gi belle morto, nella soffitta, con le mosche che gli camminavano sul volto e si addentravano indisturbate nella bocca semiaperta.
Stavo per perdere il mio prigioniero: addio onore e gloria. Dovevo salvarlo o non mi sarebbe servito a nulla.
Entrai di corsa nel negozio facendo suonare il campanaccio legato sopra la porta. Fosco riposava disteso sulla poltrona dei clienti con un asciugamano bianco e umido sul volto. Si drizz in piedi di scatto, allarmato.
Ah sei tu? Sembrava che fosse entrata l'armata alleata dal fracasso che hai fatto!
Ciao Fosco. Come va?
Sempre meglio ogni giorno che passa disse sorridendo sornione sotto i baffi. E voi? Tua madre l'ho vista stamattina. Ma il babbo? Non l'hanno ancora morso tutte le serpi che si ritrova in seno?
Che vuoi dire? domandai preoccupato.
Niente di certo. Digli solo di stare attento e di tener alta la guardia. Girano brutte voci in paese e c' un sacco di gente che ha voglia di contare di pi. Come se non fossimo a un passo dalla fine.
Guarda che abbiamo un'arma segreta. Ce l'hanno i tedeschi e vinceremo la guerra replicai convinto.
Oh! Un'arma segreta? mi domand ironico facendomi segno di sedere sulla poltrona.
Poi mi pass una mano fra i capelli.
Piuttosto dimmi: perch vuoi farti i capelli che ce li hai corti? Di' a tuo padre che non sto ancora morendo di fame. E che i capelli si tagliano quando ce n' bisogno!
Mio padre non c'entra risposi. Sono io che avevo bisogno di parlarti.
Dovetti dirlo con una faccia molto preoccupata perch mi guard dritto negli occhi e si sedette serio sull'altra poltrona, voltandola verso di me.
Che c'? Raccontami tutto.
Sai che cos' la penicillina?
Certo che lo so.  una roba americana che fa resuscitare i morti!
Ne ho bisogno dissi.
Per te? Per chi? Per tua mamma? Mi sembrava che stesse bene stamattina.
Non posso dirti per chi, Fosco. Per... esitai un istante, per una persona a cui tengo molto.
Ma perch proprio la penicillina? Tuo padre  farmacista. Avremo pure qualcosa che curi questa persona a cui tieni molto! mi incalz guardandomi fisso come per tentare di indovinare di chi si trattasse.
No. Ci vuole quella. E tu sai che mio padre non  nelle condizioni di procurarsi un farmaco americano.
Pronunciai quella frase e mi resi conto della sua ambiguit. La persona cara, quel riferimento a mio padre, lasciavano velatamente intendere che potesse essere lui stesso ad averne bisogno.
Fosco si pass le mani sul volto stropicciandoselo, poi si ravvers i baffi lisciandoseli con la punta delle dita: Fammi informare. Vedr di fare il possibile. Il fronte  dalle parti di Poggibonsi... vicino, ma, improvvisamente, lontano e pericoloso.
"Gi a Poggibonsi?" Deglutii a quel pensiero.
Non c' molto tempo aggiunsi sentendomi terribilmente in colpa.
 cos grave?
Ripensai ancora una volta al negro che batteva i denti e strinsi il suo orologio che avevo in tasca.
Ci vorranno dei soldi? domandai.
Non ti preoccupare. Non lo so. Torna qui dopodomani a quest'ora.
Grazie! gli dissi abbracciandolo. Non sapevo a chi chiedere.
Aspetta a ringraziarmi.  la cosa pi difficile che mi sia mai stata chiesta.
Lo strinsi forte. Gli volevo davvero bene e i miei occhi si persero dentro alle pale rotanti del vecchio ventilatore che spandeva ovunque un tiepido odore di dopobarba.
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CAPITOLO 9.
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Tornai a casa con la certezza di aver ingannato un amico e di averlo lasciato in trepidazione per la sorte di mio padre. Se avesse deciso di parlargli per me sarebbe stata la fine. Ma sentivo che potevo contare sulla discrezione e sul rispetto che Fosco aveva per l'orgoglio altrui.
Presi il pane rubato a tavola, delle bende dalla farmacia e, gi che c'ero, presi anche una siringa con gli aghi e l'occorrente per bollirla dall'armadietto dei medicinali. Con le tasche piene sciolsi Zecca e inforcata la bici ci dirigemmo a tutta velocit alla campagna.
Un'auto si stacc dal marciapiede quando uscimmo dal cancello e prese la nostra stessa direzione mantenendosi poche decine di metri dietro di noi. Non me ne accorsi subito, ma dopo un po' il fatto che non ci superasse inizi a sembrarmi strano e fui preso dal timore che ci seguisse. Appena fuori dal paese rallentai fino a fermarmi e quella volt in un viottolo di campagna, ma non riuscii a vedere chi la guidava. Tranquillizzato ripresi a pedalare, ma poco dopo sentii di nuovo un rumore in lontananza e voltandomi vidi la medesima auto che procedeva tenendosi a distanza.
Il sangue mi si gel, pensai subito che Vanni e
gli altri mi tenessero d'occhio. Se davvero sospettavano di me, io e il negro eravamo spacciati. Addio sogni di gloria. Di scatto voltai inoltrandomi nel bosco seguito da Zecca e presi un viottolo scosceso, poco pi di un sentiero, che mi avrebbe costretto ad allungare la strada e a spingere la bici per lunghi tratti. Ormai a pomeriggio inoltrato, completamente sfiancato e in preda a un ennesimo attacco d'asma, giunsi alla casa, nascosi la bici e salii. Il negro dormiva profondamente e non mi sent nemmeno: per un attimo temetti che fosse morto.
Lo riscossi. No. Respirava ancora. Mi chinai su di lui e presi a sfasciargli la ferita; la sua gamba scottava per la febbre che non doveva averlo mai abbandonato.
Stavolta bollii dell'acqua e lavai la ferita, la cosparsi di tintura di iodio ma era ancora pi gonfia e la carne all'altezza dei punti si era strappata divenendo molliccia, quasi putrescente. Il negro si svegli per il dolore, socchiuse appena gli occhi, mi sorrise lievemente.
Ciao disse, con un accento tutto sbagliato.
Lo guardai torvo.
Antibiotic? mi domand.
Quel maledetto negro era diventato il mio padrone? Come cavolo avevo fatto a cacciarmi in quella situazione? Io, un ragazzino, solo contro tutti, con i fascisti alle calcagna e un prigioniero mezzo morto da nascondere.
Finii di medicarlo e di rifasciarlo; si era lasciato
cadere di nuovo indietro esausto, febbricitante. Estrassi la siringa dalla scatola e gliela mostrai per rincuorarlo, mentre gli sorreggevo la testa per farlo bere.
Antibiotic? mi domand speranzoso.
No, domani, forse... feci il segno del poi con la mano ruotando l'indice. Stavo per rendergli l'orologio ma non lo feci per paura di demoralizzarlo. Mangi del pane, ma dovetti praticamente romperlo in briciole e imboccarlo. Poi riempii la brocca d'acqua posandola vicino a lui e bagnai lo straccio per detergergli la fronte. Fu allora che vidi poggiata vicino alla brocca una stecca scura avvolta nella stagnola. La presi e lessi l'etichetta: "Chocolate". Doveva essere il famoso cacao americano, aveva un odore invitante, mi avevano raccontato che era molto nutriente. Io, forse, il cioccolato l'avevo assaggiato quand'ero molto piccolo, ma dal 1935, con le sanzioni, l'unico cioccolato autarchico che si trovava da noi era immangiabile. Presi un coltello dal cassetto del tavolo e lo divisi in pezzi piccoli come caramelle. Pensai che cos il mio prigioniero avrebbe potuto scioglierli in bocca senza fare lo sforzo di morderli. Al termine dell'operazione avevo le dita sporche di quell'aroma, ma non le leccai come avrei desiderato. Mi avvicinai all'acquaio per lavarmi le mani nella bacinella. Per niente al mondo avrei avvicinato alla bocca quella robaccia americana.
Prima di andarmene mi fermai a osservare il suo volto sofferente. Da vicino sembrava un uomo
vero. Solo le narici erano un poco pi grandi del normale e la pelle, be', era scura come quella di un paio di anfibi. Nessuno del paese, neanche Bombicche, che costruiva i tetti e veniva da Catania, aveva la pelle cos scura. Di certo il mio prigioniero non era un ariano.
Pensai: "E io, con i miei polmoni spompati? Sono un ariano io? Sono un passo in pi per la salute della razza?"
Ma subito scacciai quel pensiero: in quel momento era l'ultima cosa di cui avessi bisogno.
A fatica gli feci capire che il giorno dopo non sarei tornato, ma sarei tornato quello dopo ancora con le medicine. Lui doveva solo cercare di non morire. Doveva farmi il favore personale di sopravvivere. Da parte mia cercai di farmi vedere certo e sicuro, anche se erano poche le probabilit che riuscissi nel mio intento.
Tutta la sua vita era nelle mani di un ragazzino italiano e fascista. Al suo posto non mi sarei sentito troppo tranquillo e avrei iniziato a recitare le mie preghiere, ammesso che anche lui avesse un dio.
Tornai indietro con Zecca rifacendo la strada nel bosco, dove il crepuscolo ci sorprese anzitempo.
Iniziarono a chiocciare gli uccelli e gli alberi neri chiusero i rami intricati confondendosi con il resto del cielo. Gi nel fondo buio del bosco comparvero a poco a poco migliaia di lucciole rendendo il mio tragitto ancora pi surreale. Ormai avevo paura
anche della mia ombra, ma stavolta avevo la pistola con me dentro lo zaino. Non era pi la paura che pu provare un ragazzino, non temevo belve, demoni o fantasmi e nemmeno i partigiani, ma di essere seguito da Vanni e dagli altri. Io, il figlio del podest, temevo i fascisti come fossi stato l'ultimo dei ribelli.
Mi rimisi a pensare a quell'auto e conclusi che per troppi giorni avevo percorso la stessa strada. Ero stato uno stupido, ecco cosa! Stava divenendo troppo pericoloso. Il pensiero dell'auto scura che mi aveva seguito all'andata mi tormentava togliendomi il respiro, ma per quanto riflettessi non riuscivo a comprendere quella misteriosa presenza.
Se Vanni e gli altri avessero sospettato di me, be', allora sarei gi stato preso e interrogato. Non era da loro tergiversare, a meno che non volessero prendermi con le mani nel sacco. Affrettai il passo nonostante il respiro mi si mozzasse in gola. Procedevo quasi a tentoni sul viottolo che si faceva sempre pi scuro, spingendo la bicicletta tra le frasche; il mio cervello macinava e macinava mille ipotesi, senza darmi tregua.
Se tutto fosse andato bene, avrei curato il negro in quattro e quattr'otto e l'avrei consegnato. S, sarebbe sopravvissuto e io sarei divenuto un eroe. Era solo per questo che mi prendevo cura di lui e sempre per questo mi ripromettevo ogni volta di non dargli confidenza.
Anche quel giorno avevo fatto cos: mentre mi
chinavo su di lui a medicargli la gamba lo avevo guardato male, come pensavo si dovesse guardare un nemico giurato. Era chiaro per che gli eventi mi avevano trasformato da carceriere in infermiere e che diveniva sempre pi difficile mantenere le distanze.
Se le cose fossero andate storte, invece, come oramai sembrava molto probabile, ci saremmo ritrovati penzoloni fianco a fianco impiccati a un albero del viale. E allora la distanza si sarebbe annullata da sola, tutta di un botto.
Riguadagnai la strada principale, non c'era traccia dell'auto e con Zecca che abbaiava correndomi dietro ritornai a tutta velocit verso casa sfruttando gli ultimi bagliori di un crepuscolo gi stellato per evitare i rospi in amore che a quell'ora traversavano la strada approfittando dell'umidit della sera. Feci le scale trafelato, con la lingua di fuori e giunsi appena in tempo per mettermi a tavola.
E babbo? domandai alla mamma che aveva apparecchiato la tavola per noi due soli.
Non torna disse con gli occhi bassi. Poi alz la voce esasperata: Ha da fare al partito, sempre quel maledetto partito! Gli americani si stanno avvicinando e loro devono organizzare una strategia di resistenza! Scaravent le posate che aveva in mano per terra con un gesto stizzoso.
Non l'avevo mai vista cos. Mi avvicinai sconcertato, l'abbracciai e lei mi strinse forte. La sentii singhiozzare. Pensando di comprendere le dissi,
per incoraggiarla: Non preoccuparti. Vedrai che vinceremo. Siamo di stirpe romana, e poi Hitler ha un'arma segreta!
Sentii le sue dita affusolate carezzarmi la testa pettinando con forza i miei capelli, come se cercasse di cancellare i miei pensieri.
Dove sei stato tutto questo tempo? Mi hai fatto stare in pensiero mi chiese con voce fattasi pi calma, e poi, come fra s: Povero caro. Quante storie ti hanno ficcato in questa testolina... ma adesso mangiamo.
Quelle parole affettuose mi gettarono nello sconforto. Aveva detto maledetto partito! e mi faceva male al cuore perch temevo che Germano e gli altri avessero ragione, che mia madre in cuor suo non fosse fascista proprio per niente.
Non sapevo se essere arrabbiato con lei. Mi sentivo tradito, ma mi faceva troppa pena.
Mangiammo in silenzio per un po' una minestra scipita. Mia madre disse che non c'era altro, che la roba che comprava era come se sparisse nel nulla.
Forse sei tu che stai crescendo e hai pi bisogno di cibo, o tuo padre che assale la credenza in preda all'ansia e alla preoccupazione.
Sentendomi colpevole abbassai gli occhi sul piatto. Ma pensavo ad altro.
A un certo punto dissi: Mamma?
S? Non faceva che guardare verso la finestra, come se si aspettasse da un momento all'altro che si aprisse o accadesse qualcosa.
Ma un negro  un uomo o non  un uomo?
Si ferm, pos il cucchiaio e mi guard stancamente. In quell'istante mi sembr molto pi vecchia della sua et.
Mio dio... mormor. Certo che  un uomo, cos'altro potrebbe essere?
Ma rispetto a noi che siamo discendenti dei romani, lui , come dire... pi selvaggio, pi simile a una scimmia?
Mi guard seria, esausta: Prometti di non dire a nessuno quello che sto per dirti?
Annuii.
Io credo che sia esattamente come me e te. Solo che ha la pelle pi scura, perch viene da posti dove c' pi sole e dove generazione dopo generazione sono divenuti pi scuri.
Ma allora il manifesto della razza... la storia degli ariani? Della razza superiore?
Bernardo. Io non sono una scienziata, ma in cuor mio credo che non ci siano razze superiori e inferiori. Siamo tutti uomini. Tutti uguali. Quella  solo... insomma, propaganda politica. La gente pensa sempre di essere migliore degli altri. A cominciare dai propri vicini di casa e poi su, su a salire fino ai popoli e alle nazioni.
Ma gli scienziati, i dottori che scrivono quegli articoli?
Secondo me li scrivono perch sono fascisti, debbono scriverli. Si pu scrivere qualsiasi cosa. Spero per loro che ci credano veramente.
Lo sapevo: me l'ero immaginato, insomma. Sei proprio sicura, vero?
Sicurissima. Ma non dirlo a nessuno o passeremo dei guai.
Nemmeno a babbo? Nemmeno.
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CAPITOLO 10.
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Anche se era un uomo come me e come noi italiani, era sempre un nemico e un prigioniero di guerra. Pensavo questo mentre, con le mani in tasca, andavo verso il negozio di Fosco. C'erano tre clienti quel giorno e tutti apparivano sorridenti e soddisfatti. Quando entrai smisero di parlare. Vidi uno di loro che si metteva furtivamente il dito davanti al naso per far segno agli altri di tacere.
Fosco inizi a canticchiare distrattamente: Era alto cos... era grosso cos... lo chiamavan Bombolo! Si prov a ballar, cominci a traballar, fece un capitombolo!
Sapevo bene che lo faceva per prendermi in giro e sapevo ancora meglio a chi si riferiva con quella canzoncina.
Certe volte mentre mi tagliava i capelli cantava indifferente, sempre alludendo al Duce e storpiandola un po', una canzone di Rabagliati: Un'ora sola ti vorrei! Per dirti quello che non sai... non sai che cosa ti farei! Io che non so scordarti mai!
Allora io lo redarguivo serio: Fosco!
Che c'? mi chiedeva divertito facendo una faccia da angioletto. Non si pu nemmeno cantare? Certo che siete strani voi fascisti!
Non era nuovo a queste spiritosaggini. Gi una
volta qualche anno prima mio padre se lo era visto portare dentro perch in un bar, bevendo del caff di cicoria, aveva canticchiato sottovoce: Alla presa dell'Albania, il caff bono gli andette via. Se si fa un'altra vittoria, sparir anche la cicoria!
Per l'appunto uno del fascio l'aveva sentito e c'era voluta tutta l'influenza di mio padre per non fargli passare dei guai seri.
Quando gli fui di fronte smise di canticchiare.
Ecco il figlio del nostro podest! mi present rivolto agli altri, e io capii che in questo modo li stava avvertendo di fare attenzione, che anche se mi voleva bene non si fidava completamente di me.
Fosco mi squadr da capo a piedi, poi guard gli altri. Pass un asciugamano profumato di acqua di colonia sul volto del cliente che aveva appena finito di radere e disse: Se non vi dispiace, amici, faccio i capelli al ragazzo.  gi la seconda volta che viene e l'altra volta ha trovato troppa fila.
Non  mica giusto! obiett il pi giovane dei tre che aveva una faccia bianca e slavata. Si becc una gomitata nelle costole da uno degli anziani che gli stava accanto e che aggiunse subito: Per noi va bene!
La giustizia non  di questo mondo! sentenzi Fosco divertito, mentre il cliente pagava, mi gettava un'occhiata preoccupata e guadagnava la piazza a grandi passi tagliandola in diagonale senza mai voltarsi indietro.
Fosco prese il "tosapecore" in mano e in un batter
d'occhio mi fece i capelli pi corti che avessi mai avuto, aggirando abilmente le mie orecchie a sventola.
Mentre procedeva nella "tosatura" guardai nello specchio quegli uomini sforzandomi di vedere se sul bavero della giacca avessero o meno il piccolo distintivo del partito. Quelli come Fosco lo chiamavano con disprezzo "la piattolina", per via della sua forma che somigliava a quella di una cimice.
Nessuno di loro ce l'aveva.
Sebbene fosse semplice e niente affatto lussuosa, la bottega di Fosco mi piaceva perch profumava di dopobarba, dava sulla piazza, aveva una vetrina piena di bottigliette colorate e uno specchio che attraversava la parete da parte a parte. Su un angolo c'era una sedia fatta apposta per i bambini pi piccoli: una poltroncina nera issata su una colonna dalla quale si alzava una testa di cavallo di latta. Tutto era nuovo e speciale l dentro e alle pareti c'erano un sacco di foto di pugili e di belle ragazze, forse delle attrici. Alcune foto avevano anche una dedica scritta a inchiostro e in una c'erano Fosco e pap un po' pi giovani che si abbracciavano sorridenti mostrando una coppa enorme. Adoravo quella foto, non mi sarei mai stancato di guardarla.
Dietro le mie spalle alcune sedie attendevano i clienti e su un tavolinetto c'erano i giornali e gli albi illustrati con le strisce dell'"Avventuroso", di Flash Gordon e di Mandrake per noi ragazzi.
Fosco era l'unico ad averne ancora, nonostante
fossero stati proibiti gli eroi americani. Troppo belle!
Naturalmente a casa io, da buon fascista, leggevo l'"Avventuroso" con le storie di Lucio, avanguardista biondo, con il suo biplano Dux e la bellissima fidanzata Romana, e quelle di Romolo, ingegnere in Abissinia. Ma pi di tutti adoravo l'invincibile Dick Fulmine e sognavo di essere come lui: coraggioso e vincente!
Quel giorno per non c'era tempo per i fumetti. Mentre Fosco lavorava con la macchinetta, inizi a raccontare: Sapete? Tempo fa ero a Firenze e ho sentito raccontare una storia formidabile su questa nuova medicina che hanno portato gli americani. Ce l'hanno solo loro, al Sud la si trova al mercato nero, ma costa cara gli occhi. Mi hanno detto per che un medico di Perugia  riuscito a passare la linea del fronte a Foligno e a farsi dare dai militari americani una cassa di penicillina per l'ospedale. Ha rischiato la vita ma ce l'ha fatta a tornare. Ebbene, in tutta la citt si racconta ancora di quel miracolo. Sono guariti tutti! Anche i vecchi bronchitici dati per spacciati, i sifilitici, i bambini con la polmonite, tutti! Pare che sia veramente miracolosa. Per questo costa pi dell'oro.
Ma come  fatta? chiese l'uomo che non avevo mai visto l e nemmeno in paese.
Mi sembr quasi che quella domanda l'avesse fatta apposta per consentire a Fosco di spiegare tutto il procedimento.
 una polvere. Si mescola con l'acqua distillata
e poi la si inietta nel muscolo... Prima si rompe la fiala per...
Dalla perizia con cui pi volte Fosco ripet tutte le fasi di quell'operazione, capii che gli altri dovevano essere d'accordo e che tutta la scenetta era messa in piedi per me. Quando il taglio fu terminato Fosco mi chiam dietro il paravento in stile floreale. L teneva la cassa e mi disse a voce alta strizzandomi l'occhio: Porta questi campioni di dopobarba a tuo padre e fa' attenzione a non romperli o il profumo ti rimarr attaccato finch campi.
Avevo fra le mani una scatola con sei piccole fiale piene di polvere bianca, non sarebbe stato difficile procurarmi dell'acqua distillata in farmacia. La misi in tasca delicatamente; Fosco mi guard dritto negli occhi e mi pass la mano fra i capelli rasati.
Comunque vada, forza! m'incoraggi. E buona fortuna!
Tirai fuori di tasca la collana d'oro e gliela porsi. Mi guard sbalordito. Tutto l'oro era stato "donato" alla Patria al tempo della guerra d'Etiopia. Guardandomi dritto negli occhi mi richiuse le dita a pugno sulla collana, invece di prenderla, e mi fece segno di metterla via scuotendo la testa: come dire che non era necessario alcun pagamento.
Uscii salutando anche gli altri clienti dopo aver pagato il taglio dei capelli.
Mentre chiudevo la porta a vetri facendo risuonare il campanello d'ottone, sentii Fosco che diceva: Bravo figliolo. E brav'uomo anche il su' babbo... e lo vidi fare un'espressione come dire... nonostante tutto.
Nell'uscire mi scontrai con un uomo che stava entrando. Ci guardammo un attimo, aveva uno sguardo serio e profondo. Mormorai una scusa, lui volt la faccia dall'altra parte affrettandosi a entrare.
Attraversando la piazza mi sembrava che tutto il mondo mi guardasse e sentivo l'aria colpirmi la nuca: un alito fresco ravvivato dal profumo di menta e alcool che Fosco mi aveva passato fra i capelli alla fine del taglio.
Riflettevo: era chiaro che Fosco aveva voluto spiegarmi come utilizzarla e aveva tenuto a dirmi anche dove l'aveva presa. Quella medicina, che avrebbe potuto salvare un bambino o un italiano, sarebbe invece servita per un americano. Mi consolavo pensando che in fondo era giusto cos, dall'America era venuta appunto per salvare gli americani. Ma mi tormentava il fatto che subito dopo, se mi fosse riuscito di guarirlo, quell'americano l'avrei consegnato io stesso e non era detto che lo trattassero come un prigioniero di guerra. Se cos non fosse stato, se l'avessero fucilato e torturato, quella penicillina sarebbe stata buttata via, sarebbe servita solo a me per un mio gioco crudele, per una vanit che mi pareva sempre pi una crudelt.
In cuor mio ero certo che mia madre sarebbe stata tutt'altro che orgogliosa di me, ma speravo
ancora che a mio padre importasse. Mio padre s, lui mi avrebbe lodato: ed era la sua approvazione che cercavo pi d'ogni altra cosa. Le donne, si sa, non capiscono nulla di politica e sono poco adatte alla guerra ma, come mi avevano insegnato, servono per dare figli alla Patria e occuparsi della famiglia. S! Mi ripetevo mentre pedalavo diretto alla campagna: "Vinceremo la guerra. Bloccheremo gli americani a Poggibonsi, avanzeremo con l'arma segreta di Hitler e io far la mia parte: far la mia parte e sar un eroe, finalmente sar un eroe!"
Erano le due del pomeriggio, pedalavo come un fulmine approfittando del pendio della strada, non c'erano auto misteriose in vista e i campi deserti si aprivano di fronte a me. L'aria era limpida e la giornata cos chiara che si poteva scorgere ogni filo d'erba fino all'orizzonte. Avevo recuperato l'acqua distillata, la siringa era gi alla campagna. Di nuovo avrei dovuto bollirla in casa con un fuoco piccolo piccolo perch il fumo non desse nell'occhio. Nessun particolare doveva essere trascurato, se volevo farcela dovevo essere attento e astuto come una volpe.
Pensavo tutte queste cose quando, in un tratto dritto nel quale pedalavo veloce, vidi una fune apparire come dal nulla e tendersi improvvisamente ad altezza d'uomo, tagliandomi la strada.
Frenai appena in tempo sollevando una gran nuvola di polvere e riuscii miracolosamente a mantenere l'equilibrio. Mi stavo ancora guardando intorno per capire cosa stesse succedendo, quando
dai lati della strada sbucarono i miei tre aguzzini: Germano, Danilo e Ivano.
Ve l'avevo detto che prima o poi avremmo preso qualcosa con questo sistema butt l Germano guardando gli altri divertito.
Che cosa volete? domandai esasperato.
Che cosa volete? mi scimmiott Germano. Vogliamo che questo  un posto di blocco mi spieg con un sorriso beffardo.
Gi! intervenne Ivano afferrandomi il manubrio della bicicletta. Una dogana, e alla dogana si deve pagare il pedaggio.
Non ho soldi risposi deciso. Lasciatemi passare o me la pagherete!
Avete sentito? domand Germano, sarcastico. Il figlio del podest ci minaccia!
Non sta bene minacciare gli amici.
Mi pentii di non aver portato Zecca con me quel giorno: l'avevo lasciato a casa perch non mi andava che fraternizzasse con l'americano come al solito. Ma era assurdo, anche se fosse stato l, l'avrebbero messo a cuccia con un "bu!" e sarebbe rimasto in disparte a guardare mentre mi picchiavano, come la volta prima.
Pensi che abbia paura di tuo padre?! mi url Germano. Mio padre vale mille volte il tuo. Avanti: dacci quello zaino e vediamo cosa puoi regalarci per pagare il pedaggio!
Dentro il piccolo zaino che avevo a tracolla c'erano l'acqua distillata, un po' di pane, la scatola delle fiale avvolte in un asciugamano e nient'altro.
Non avevo portato con me la pistola perch non mi sarebbe servita con il prigioniero in quelle condizioni e per non insospettire mamma. Altrimenti avrei potuto aprire lo zaino fingendo di dar loro qualcosa e usarla per difendermi. Dalla rabbia forse avrei anche sparato.
Strinsi forte le cinghie dello zaino con le mani e rimasi in piedi a cavallo della bici.
Prendeteglielo! ordin Germano.
Subito Ivano e Danilo lo afferrarono e iniziarono a tirare. Con la bici fra le gambe caddi all'in-dietro, ma riuscii a finire sul fianco e non proprio sullo zaino. Vedendomi cadere i due avevano mollato la presa. Ma io mi stavo gi rialzando sempre impugnando le cinghie.
Sei testardo, eh? disse Germano e mentre ero ancora in ginocchio mi spinse di nuovo indietro con un calcio. Stavolta schiacciai lo zaino sotto la schiena e dalla rabbia iniziai a piangere come un bambino.
"Le fiale, le fiale!" pensavo.
Adesso piangi? mi canzon Germano. Che ci sar mai in quello zaino di cos importante?!
Forse c' dentro la pistola che gli ha regalato suo padre! ipotizz Danilo tornando all'attacco e si chin su di me con le mani paffute per aprirmi a forza le dita che serravano le cinghie. Con uno scatto sollevai la testa e gli mollai un morso.
Ahi! Mi ha morso! si rialz massaggiandosi il braccio e prese a darmi calci nelle gambe per rappresaglia.
Non possiamo prendergli la pistola disse Ivano. Passeremmo dei guai!
Possiamo eccome lo zitt Germano con gli occhi pieni di desiderio. Basta fare in modo che non lo possa mai dire a nessuno.
Non vorrai...? domand Ivano terrorizzato.
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CAPITOLO 11.
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Era l'ora del tramonto, ma non c'era la luce dorata della sera, semmai un chiarore plumbeo, che illuminava nuvoloni grigi sull'orizzonte tagliato dai profili cupi delle case. In tutto quel piombo mi muovevo a stento, dolorosamente e l'aria era fresca, anzi, fredda, d'un freddo metallico. Sotto ai miei piedi il selciato era fatto da mobili sfere di acciaio grandi quanto palline di Natale. Ci camminavo incerto, reggendomi in equilibrio a fatica e, finalmente, fui nella piazza del paese, di fronte al municipio e alla farmacia. Mi guardai intorno smarrito, non c'erano colori, l'aria densa e caliginosa aveva trasformato gli uomini in soldati di piombo lucidi e solenni: un intero battaglione schierato che riempiva la piazza. Non c'erano odori, se non per un flebile sentore di sangue secco.
C'erano tutti i miei compagni balilla, i bambini figli della lupa e gli avanguardisti, e le piccole giovani italiane, anche loro ingrigite e lucide come bambole di peltro e tanti, tanti altri soldati e fascisti che non avevo mai visto a colmare la piazza fattasi enorme e straripante di gente stipata, agitata, affacciata alle finestre, aggrappata ai cornicioni. Una massa informe e senza volto. Tutti mi
sorridevano d'un sorriso ampio e benevolo guardandomi con occhi spenti, vuoti e allo stesso tempo carichi d'ammirazione.
Feci un passo: la piazza gir velocissima come su un perno e mi ritrovai di fronte al battaglione delle brigate nere per passarlo in rassegna. Mi avvidi solo allora che alle mie spalle c'era un palco altissimo e imponente su cui troneggiava mio padre, un padre di granito scuro e poroso, ma alto e raggiante. Al suo fianco c'era lui, Mussolini in persona, il Duce!
Ebbi un sussulto, mi indicava e batteva la mano possente sulla spalla di mio padre a complimentarsi. Si muoveva a scatti, in un bianco e nero da celluloide, come avevo visto tante volte al cinema nel cinegiornale dell'Istituto Luce. Gli occhi sgranati, bianchi e irreali, come quelli di un pazzo.
A un suo cenno una fanfara militare cominci a suonare le note di Giovinezza e tutti si misero a cantare a squarciagola:
Salve o popolo di eroi, salve o Patria immortale, son rinati i figli tuoi con la fe' nell'ideale. Il valor dei tuoi guerrieri la virt dei tuoi pionieri la vision dell'Alighieri oggi brilla in tutti i cuor. Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza
della vita e dell'asprezza, il tuo canto squilla e va! E per Benito Mussolini, eja eja alal.
E per la nostra Patria bella, eja eja alal!
Al termine della canzone mi ritrovai non so come sul palco, vicino al Duce e a mio padre. Indossavo la mia uniforme pulita con tanto di fez.
Il Duce, dopo aver arringato la folla con parole che comprendevo appena - Coraggio... eroismo... figlio dell'Italia fascista... - si chin su di me e mi appunt al petto una medaglia d'oro enorme, grande quanto un panforte di Siena: era l'unica cosa colorata in tutto quel grigio. Era tanto pesante che lo stiletto che la reggeva rischiava di tagliarmi la carne.
Infatti lo spillo possente penetr nelle mie costole trapassandomi il cuore da parte a parte ma io mi guardai bene dal cadere o dall'emettere un lamento. Impettito, oramai divenuto anch'io di piombo, alzai la mano al cielo e gridai: Eja eja alal!
Poi tutti si voltarono verso il fondo della piazza e questa roteava ancora sul suo perno provocandomi la vertigine e il voltastomaco.
Adesso avevamo di fronte i platani di viale Gabriele D'Annunzio. Tante dita nere affilate come artigli si stagliavano contro l'abbagliante striscia di cielo ferrigno.
Con orrore mi resi conto che da uno di essi pendeva senza vita il mio prigioniero appeso per il collo.
Tutti presero a guardarmi e a ridere, da ogni lato mi arrivavano pacche sulle spalle: tutti volevano toccare la medaglia e ogni volta il dolore dell'ago massiccio nel cuore mi faceva trasalire. Il Duce era sparito ma mio padre mi alzava e mi portava in trionfo sulle sue spalle. Da lass potevo vedere la folla informe e improvvisamente vi scorgevo Fosco tutto serio, unica presenza colorata e viva in quel grigio, insieme alla mia enorme medaglia. Aveva gli occhi tristi e mi guardava fisso, senza odio, piuttosto, si sarebbe detto, per chiedermi una spiegazione.
Perch Bernardo? mormorava con un sussurro che mi perforava le orecchie. Perch? Perch?
A questo punto tra la folla, dal nulla, si faceva avanti come saltando fuori da un calamaio, un Germano intriso d'inchiostro nero e lucente che, accecato dall'invidia, mi dava un gran pugno sulla medaglia facendola cadere a terra e squarciandomi completamente il cuore in due.
Ahhhh!
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CAPITOLO 12.
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Voglio farlo sparire! aveva detto Germano sorridendo e si era chinato su di me colpendomi con un pugno sul naso e strattonando le cinghie dello zaino con impeto, deciso a sopraffarmi.
Almeno togliamoci dalla strada l'aveva implorato Danilo in preda al panico. Germano era irriconoscibile: la determinazione che lo animava spaventava anche i suoi compari, trasfigurava il suo volto. Gi si immaginava con la pistola alla cintola, come un eroe. Il desiderio l'accecava.
Ivano lo aveva afferrato da dietro.
Basta Germano, cos l'ammazzi!
Liberandosi dalla stretta aveva gettato un'occhiataccia incredula all'amico. E di nuovo avevo sentito i pugni piovere sul mio volto, i polmoni mi si erano chiusi e la bocca mi si era riempita di polvere, ma non mollavo le cinghie dello zaino, non le avrei mollate per nulla al mondo. Il sangue mi usciva dal naso e mi colava sui vestiti. Sentii il suo sapore dolciastro pervadermi la bocca. Il cielo si era fatto rado, bianco, lontano, irraggiungibile.
Di nuovo Ivano aveva afferrato Germano da dietro, bloccandolo in un abbraccio e lo aveva tirato a s. I due erano caduti insieme nella polvere della strada e avevano preso a lottare.
Mentre i sensi mi abbandonavano e tutto si faceva buio mi era parso di udire una tromba risuonare la carica nell'aria; passi di persone che scappavano e una voce terribile che gridava qualcosa di indistinto. Erano state le ultime cose che avevo sentito prima del buio completo.
Avevo creduto di morire e invece, quando mi svegliai dall'incubo, avevo il volto gonfio e dolorante, un occhio nero e il naso imbottito di stoppa. Mi facevano male tutte le costole; la maglia si era inzuppata di sangue e sentivo forti fitte nelle gambe, che dovevano essere piene di lividi. Un brivido mi corse addosso: faceva fresco e l'aria sapeva di terriccio e di muschio marcio. Ma dov'ero finito? Dov'era la piazza di piombo? Mi sembrava di essere sotto terra, forse mi avevano gi seppellito ed ero morto davvero. Quando i miei occhi si abituarono alla penombra vidi sopra di me un bassissimo soffitto di pali di castagno ricoperti di felci secche. Un vecchio paiolo al mio fianco era pieno d'acqua fresca e sulla fronte avevo una benda fradicia e logora.
Lo zaino? mi domandai allarmato e mi guardai intorno cercandolo con gli occhi. Mi tranquillizzai vedendolo a pochi passi da me, ma quando mi mossi per alzarmi tutte le mie ossa iniziarono a protestare. Gemendo per il gran dolore decisi che avrei verificato i danni pi tardi. Mi avevano conciato per le feste, mi sembrava che un camion mi fosse passato sopra a tutta velocit. L'ultima cosa che ricordavo era il volto folle di Germano
che mi percuoteva e mi strattonava per togliermi
lo zaino. Ero certo che avesse pensato di uccidermi e far sparire il mio corpo. Ricordavo anche che Ivano mi aveva salvato e che avevo sentito delle voci, ma non sapevo capacitarmi di come fossi finito sotto quella specie di capanna indiana e di chi mi ci avesse trascinato. Guardando meglio vidi altri segni di una presenza umana: bastoni, pentoli smaltati, delle coperte adagiate su dei sassi disposti a formare un muretto.
Mentre osservavo quella specie di trincea scavata nel terriccio e le povere cose che conteneva, sentii avvicinarsi dei passi e un movimento di frasche: una grande ombra si stagli sull'entrata. Dalla difficolt che ebbi a metterla a fuoco mi resi conto di non avere pi gli occhiali.
Una mano rugosa e secca me li porse facendomeli penzolare di fronte: non avevano pi la lente destra.
Li inforcai e nella luce che trapelava dalle frasche iniziai a distinguere quello che doveva essere
il mio salvatore. Se ne stava silenzioso, curvo come un animale in un angolo del rifugio troppo basso per la sua altezza. Gli faceva da mantello una logora coperta militare grigia e aveva un vecchio moschetto in mano. Lo guardai attentamente nel tentativo di riconoscerlo: era alto, magrissimo, infagottato in vestiti lisi. Sotto un cappellaccio con i paraorecchie s'intravedeva un volto scuro, sporco, ingrigito da una barba di qualche giorno sulla quale troneggiava un grande naso adunco. Due
occhi dilatati, d'un grigio struggente, a tratti si distoglievano da me per fissare un punto imprecisato nel vuoto.
Mi guard allarmato, e facendo gesti incomprensibili, come per raccontare cos'era avvenuto, disse pi volte, concitatamente: Nincar, nincar... Nincar!
Solo allora lo riconobbi: ero stato salvato da Nincar. In paese lo conoscevano tutti, sebbene vi capitasse di rado. Anch'io l'avevo incontrato e una volta mio padre mi aveva raccontato la sua storia.
Era stato un falegname del paese che suonava la tromba nella banda, un bel giovane che aveva una moglie e due figli piccoli. Appena ventenne per era stato richiamato come fante per combattere nella Grande guerra. Gli avevano dato una tromba, un moschetto e l'avevano spedito in prima linea come zappatore. Sull'altopiano di Asiago, una sera con la neve alta, un colonnello idiota aveva comandato di unirsi a un gruppo di zappatori per sistemare dei tubi di esplosivo nelle trincee nemiche. Si erano opposti spiegando che con la neve e la luna piena sarebbe stato un suicidio. Ma il graduato non aveva sentito ragioni: Gli ordini non si discutono. Giunti appena a met della distesa bianca lui e i suoi compagni erano stati falciati dalle mitragliatrici austriache. Solo lui era stato recuperato a notte fonda e dopo alcuni giorni l'avevano rimandato all'ospedale di Firenze dove l'avevano curato delle ferite, fortunatamente non gravi, e dell'assideramento agli arti inferiori.
Sua moglie con i bambini era andata a riprenderlo, contenta che fosse scampato a quella sciagura, di riaverlo a casa, il suo uomo, vivo e vegeto. Quanti ragazzi e mariti non erano tornati, il suo invece s e lei era felice. Ma alla sua dimissione dall'ospedale si era resa conto di portare a casa solo l'involucro del marito. In tutti i modi aveva tentato di parlargli, di farlo ragionare, ma qualsiasi cosa gli dicesse lui rispondeva: Nincar, nincar! Per questo in paese avevano finito per chiamarlo con quel soprannome. Aveva recuperato la sua tromba e non faceva che lucidarla e suonarci l'attacco, il rancio e la ritirata.
Si appostava come un bambino dietro i muri con un bastone a mo' di moschetto e usciva urlando per scagliarsi contro un esercito immaginario, come Don Chisciotte contro i mulini a vento. Poi di colpo spariva e per giorni e giorni non se ne sapeva nulla. Fino a che non inizi a costruirsi una trincea nel bosco. Al termine dei lavori, prese un po' di carabattole e vi si trasfer per seguitare la sua guerra immaginaria. La guerra di Beppe Nincar. In paese si faceva vedere di rado, sempre pi malmesso, sporco, smunto. Comprava qualche aringa, un po' di fiammiferi e poi la moglie, sola con due creature da crescere, passava a pagare. Forse quel giorno vedendomi a terra mi aveva scambiato per un suo commilitone ed era corso in mio aiuto salvandomi dagli austriaci e riportandomi dentro la trincea.
Immaginavo la fuga dei miei assalitori, sorpresi
nella loro bravata da un fante fantasma della Prima guerra mondiale.
Gli dissi: Grazie!
Lui mi guard sorridendo, la tromba che teneva legata al collo riluceva.
Nicar, Nicar! mi rispose. Come dire: di nulla.
Gli indicai lo zaino e lui me lo pass con le sue mani ossute, nere, terrose.
Mi tirai su a sedere e lo aprii. Svolsi l'asciugamano: la bottiglietta d'acqua distillata era integra, la scatola della penicillina invece era acciaccata e aprendola mi resi subito conto che due fiale si erano rotte, ma la polvere era rimasta all'interno; forse avrei potuto recuperarla in qualche modo. Richiusi la scatola, la risistemai nello zaino e mi alzai, dolorante, togliendomi dal naso la stoppa che mi impediva di respirare. La testa mi girava e avevo le gambe molli.
L'uomo si allarm: Nicar, Nicar! si raccomand.
Lo ringraziai ancora e gli chiesi della bici. Era l fuori. Probabilmente l'aveva portata fin l dopo aver messo in fuga i miei assalitori. Piano, mi riaccompagn sulla strada, sorreggendomi, poi si mise sugli attenti e mi fece il saluto militare: Nicar! disse. Mi sembr che volesse augurarmi buona fortuna.
Nicar! dissi anch'io rispondendo al suo saluto sugli attenti, e mi avviai barcollando.
Sofferente in ogni parte del corpo, pedalavo a
fatica solo nei tratti dritti, mi lasciavo trasportare nei brevi tratti di discesa e spingevo la bici in quelli in salita. Temevo di non riuscire ad arrivare in tempo. Procedevo a tappe, quasi alla cieca, respiravo stentatamente, sudavo e mi sentivo bruciare per la stanchezza, ma non potevo fermarmi. Nonostante tutto, nonostante l'asma, gli occhiali rotti e le ossa doloranti, dovevo farcela.
Finalmente, verso le sei del pomeriggio, riuscii ad arrivare alla campagna. Il sole stava scendendo rapidamente verso l'orizzonte, avevo perso un sacco di tempo.
Fui contento di non aver incontrato nessuno lungo il tragitto: nascosi la bici sotto il portico e dopo aver richiuso la porta alle mie spalle salii le scale faticosamente, fino alla soffitta.
Dalla soglia vidi il corpo dell'uomo immobile sul vecchio materasso. L per l fui preso dallo sgomento, ma poi avvicinandomi lo sentii delirare nella sua lingua sconosciuta: sudava e batteva i denti. Accesi la cucina a legna con una pigna e dei rami secchi e dopo un'attesa che mi parve eterna riuscii a bollire la siringa e l'ago nel tegamino insieme a un cucchiaio da minestra. Intanto svuotai la scatola delle fiale, feci scivolare la polverina rimasta di quelle rotte su un foglio di carta da lettere e con uno stecchino da denti, senza fiatare per non perderne neanche una briciola, ripulii la penicillina dai pezzettini di vetro. Infine, versai met della polvere nel cucchiaio disinfettato, presi due tacche d'acqua distillata con la siringa e, come mi
aveva detto Fosco, la versai lentamente sulla polvere. Quando giudicai che si fosse sciolta bene, trattenendo il respiro per la tensione, la aspirai con la siringa. Tremavo e temevo di far cadere ogni cosa. Sarebbe stato un bel guaio; se il negro aveva una probabilit di sopravvivere, questa era nelle mie mani. Sarebbe bastato che la siringa mi scivolasse, o che respirassi troppo forte sulla polvere, per togliergli per sempre anche quella lieve speranza. Feci uscire l'aria come avevo visto fare a mio padre una volta per un'iniezione a Zecca, e alcune piccole gocce scivolarono lungo l'ago lucente.
Adesso veniva il peggio, tremavo di paura: non avevo mai fatto un'iniezione. Disinfettai la pelle dell'americano poco sopra la ferita e affondai l'ago nel muscolo della coscia. Poi premetti sudando freddo, il negro sussult appena, vidi il liquido scomparire dentro di lui e ritrassi l'ago. Il respiro mi si calm in gola, mi sembr che il cuore si fosse fermato per tutto il tempo dell'iniezione e ora riprendesse a battere.
In fondo era stato facile; corsi subito a spengere la cucina. Riempii la brocca d'acqua e lo sollevai per dargli da bere. Da vicino, sofferente com'era, faceva quasi impressione, il suo volto sembrava pi magro. Gli asciugai la fronte imperlata di sudore e rimasi a guardarlo. Per un istante apr gli occhi nel suo delirio e mi guard come se non mi riconoscesse. Solo a quel punto vidi per terra una foto che era caduta quando avevo sollevato la brocca. Era una foto piccola, che probabilmente il
prigioniero aveva poggiato alla brocca per poterla vedere e tenere vicino a s prima di precipitare nel delirio della febbre. La guardai attentamente e la rimisi al suo posto. Si era fatto tardi, erano quasi le otto, nonostante fosse estate e tardasse a imbrunire. A casa di sicuro erano gi in pensiero. Disinfettai la ferita in fretta, sobbalzando a ogni pi piccolo rumore. Da un momento all'altro mi aspettavo l'irruzione del Vanni e degli altri, che mi avevano seguito i giorni precedenti. Rifasciai la gamba, gettando di tanto in tanto un occhio a quella foto e corsi via.
Un ossessivo concerto di ranocchi si sovrappose ai miei pensieri mentre percorrevo la strada vicino al fosso. L'aria profumava d'estate e mi girava la testa. Procedevo a fatica, cercando di sopportare il dolore alle gambe e alle costole. Desiderai con tutto me stesso che mi fosse restituita la mia vita di prima: che il negro sparisse cos come era arrivato e io mi potessi godere con gioia e spensieratezza quella che, pur non sapendolo ancora, sarebbe stata l'ultima estate della mia infanzia.
Quando giunsi a met strada vidi i fanali di un'auto venirmi incontro. Ma non era l'auto nera che avevo visto in lontananza, riconobbi subito quella del mio babbo. Si ferm e lui scese di scatto. Si avvicin a passo svelto. Evidentemente era molto arrabbiato e deciso a punirmi. Ma quando mi fu di fronte non pot fare a meno di esclamare: Mio dio, ma che cosa ti  successo?!
Finalmente potei allentare la tensione e caddi
piangendo fra le sue braccia. Mi strinse forte e mi prese in braccio deponendomi sul sedile davanti.
"Un vero balilla non piange mai!" mi ripetevo, ma sentii comunque le lacrime scendermi lungo le guance. Erano lacrime di felicit. Nonostante tutto, ce l'avevo fatta.
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CAPITOLO 13.
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Il giorno seguente mia madre mi obblig a rimanere a letto tutta la mattina e mi ricopr di cure e attenzioni. Avevo ancora l'occhio nero e il naso dolorante. Sul mio volto tumefatto e gonfio erano comparsi diversi lividi blu cenere. Anche sulle gambe e sul torace ce n'erano altri; da l a pochi giorni sarebbero divenuti verdi per poi ingiallire e scomparire lentamente.
Mio padre aveva preteso che gli raccontassi ogni cosa e io gli avevo riferito quasi tutto. Di Germano e dell'aggressione, di Ivano che mi aveva salvato lottando con lui e del mio eroico sforzo per non farmi disarmare, tralasciando di dirgli che avevo lasciato la pistola a casa. Un piccolo particolare che avrebbe reso incomprensibile la mia strenua resistenza.
Mia madre aveva commentato implacabile: Tu e quella maledetta pistola! L'avevo detto io, lo farai ammazzare!
Quella notte avevo dormito male, rigirandomi continuamente a causa dei dolori che mi martoriavano. Nel sogno avevo rivissuto mille volte l'aggressione, avevo urlato vedendo le fiale di penicillina che si rompevano dentro lo zaino e la mamma era accorsa a calmarmi. Poi, con i denti stretti
dalla rabbia, avevo sognato che ero io a prendere il sopravvento su di lui, sul terribile Germano, e come una furia, senza l'aiuto di Nincar, lo riempivo di botte fino a fargli chiedere piet.
Ma quello naturalmente era solo un sogno, uno sfogo che la mia testa cercava per non cadere mille volte vittima dello stesso pensiero, per tentare di spezzare il filo di quella scena che si ripeteva all'infinito. Avevo sognato anche la neve di Nincar, le mitragliatrici che mi sparavano addosso e lui e Ivano che mi soccorrevano sotto le trincee nemiche.
Tutte queste immagini si erano rimescolate dentro i miei sogni in un turbinio fantastico.
Verso l'alba gli incubi si erano dileguati come nebbia al sole e un'unica immagine, come una mareggiata che scurisce la spiaggia asciutta del giorno, impossessandosene, si era stagliata sullo schermo candido della mia mente.
La rivedevo come se l'avessi avuta ancora di fronte. Gli occhi grandi scuri e lucenti, un sorriso di denti candidi, i capelli raccolti, gli orecchini e la collana, il vestito a fiori. Un volto di negra, di donna. Una bella donna nonostante il colore della pelle o forse... proprio per quello. Appoggiato a quel volto ce n'era un altro, quello di un ragazzino esile, su per gi della mia et, anche lui nero, nero come il carbone, con il collo lungo, un gran sorriso e una testa di capelli ricci tagliati corti corti.
Non avevo bisogno di chiedere nulla, sapevo gi che erano il figlio e la moglie del mio prigioniero. E
sapevo anche che questo non avrebbe fatto alcuna differenza, che la guerra  guerra e chi la fa ha sempre una famiglia, anche Nincar ce l'aveva. Certo, mi dispiaceva per quel ragazzino e per la donna, ma appena guarito avrei consegnato quell'uomo, finalmente in grado di affrontare le proprie responsabilit.
Non facevo che ripetermelo, ma non riuscivo a togliermi quell'immagine dalla testa, quel pensiero aveva scacciato tutti gli altri e ora quelle due facce sorridenti sembrava che mi dicessero: Antibiotici Ehi! Ricordati l'antibiotico per il mio pap.
Non conoscevo quel ragazzino ma gi lo detestavo, per il solo fatto che esistesse. Con me certe storie non attaccavano: la guerra  guerra e io avrei consegnato il prigioniero, se mai si fosse salvato.
Mentre rimuginavo tutte queste cose sentii rientrare mio padre. Parlava a voce alta, sembrava agitato. Doveva essere successo qualcosa.
Mi alzai dal letto e mi avvicinai alla porta della camera che mia madre aveva lasciato socchiusa per sentirmi.
Che cosa ti ha detto Vanni? domand lei.
Cosa mi ha detto? Mi ha sorriso con quei suoi due occhi da faina e mi ha detto che sono cose fra ragazzi. Ragazzate, proprio cos ha detto. Che non vale la pena ci entrino di mezzo gli adulti. Qualche scazzottata alla loro et forma il carattere, forma l'uomo.
Mi ha fatto sentire una maestrina che si lamenta, e mi  venuta una gran voglia di dargliela
io una scazzottata. Ma non  questo che mi preoccupa... Il fatto  che sto perdendo il controllo della situazione.
Man mano che il fronte si avvicina i tedeschi vedono partigiani dappertutto, il comandante mi ha detto che forse si faranno azioni di rappresaglia sui civili. Se Kesselring dar l'ordine non esiteranno a fare terra bruciata e si aspettano la nostra collaborazione.
Vanni mi guardava soddisfatto, come se da tutta la vita non aspettasse altro.
Sono sempre pi isolato, la situazione mi sta sfuggendo di mano. Altrimenti nessuno si sarebbe permesso di picchiare mio figlio.
Non avevo mai visto mio padre cos agitato, andava avanti e indietro come una tigre in gabbia, cercando di farsi venire in mente qualcosa. Mia madre l'abbracci, la sentii mormorargli: Non preoccuparti, vedrai che andr tutto bene.
Davvero non avevo mai visto mio padre cos. Forse, pensai nella mia ingenuit, se gli consegno
il prigioniero americano potr riconquistare il prestigio che cercano di togliergli e riprendere il comando della situazione.
Mio padre raddrizz le spalle. Disse a mia madre che mi vestisse e mi facesse uscire. Lei protest dicendo che ero ancora convalescente. Ma lui, da pugile qual era stato, fu inflessibile: C' un cantastorie in piazza. Occhiali di riserva, vestiti puliti e mandalo a divertirsi. Non bisogna mostrare di aver paura. Sono ancora io che comando in paese e un po' di cazzotti non hanno mai ucciso nessuno.
Tornai a letto e attesi che mia madre mi chiamasse. Muovermi mi era ancora pi penoso del giorno prima. I dolori erano pi forti, ma li sopportavo con orgoglio e determinazione, come immaginavo dovesse fare un vero fascista e avrebbe fatto Dick Fulmine.
Con la scusa del cantastorie avrei potuto andare alla campagna per fare un'altra iniezione al prigioniero, vedere come stava e portargli del latte o dello zucchero da sciogliere nell'acqua, giacch da quando aveva iniziato a delirare aveva solo bevuto e non aveva mangiato quasi nulla. In fondo alla piazza, vicino ai portici del palazzo Giuseppe Verdi, vidi la capannella dei curiosi riuniti intorno al cantastorie e sentii le note a singhiozzo dell'organino di Barberia.
Facendomi spazio tra la folla guadagnai senza difficolt un posto nelle prime file e potei vedere l'uomo e il cartellone con le scene dipinte.
Non troppo alto di statura aveva una barba brizzolata e incolta e, calcata sugli occhi tristi come quelli di Zecca, portava una bombetta spelacchiata che sembrava appartenuta a una famiglia di topi per fargli da nido. Una fusciacca rossa gli legava in vita un ampio camicione e due calzoni alla zuava si perdevano in scarponi da montagna che dovevano pesare diversi chili ciascuno. All'ombra del portico, con un altro cappello ai suoi piedi per raccogliere le offerte, con la mano sinistra azionava l'organino, che ingoiava le schede di carta perforate da un lato per risputarle dall'altro, e con l'altra mano impugnava una bacchetta per indicare le scene. Su una sedia vicino a lui una valigia di cartone aperta offriva per venti centesimi i fogli dove erano narrate quella e altre storie e per mezza lira l'intero canzoniere.
Stava gi cantando in ottava rima, con voce melodiosa, la storia del brigante Beppe Mastrilli. Giunsi proprio nel momento in cui il brigante chiedeva asilo al pescatore e riponeva in lui la sua fiducia.
La folla dei contadini e dei paesani ascoltava a bocca aperta rapita dagli eventi. Sul cartellone c'era l'immagine d'un giovane che con le mani giunte in segno di preghiera chiedeva aiuto al pescatore.
Dice Mastrilli ad esso: Di' compare: Mi puoi questa notte dar ricetto? Perch volli tre perfidi ammazzare m'hanno a Roma bandito dal mio letto. Rispose il pescatore: A preparare corro una buona cena, ed il mio letto m'attenda un poco, che ritorno tosto: vo' a provvedere fare un po' d'arrosto.
Ma anzich l'arrosto, il pescatore andava a chiamare le guardie e lo faceva arrestare. Rimasi colpito dalle proteste del pubblico che dimostrava il
proprio sdegno verso il traditore, nonostante avesse favorito l'arresto di uno spietato assassino. La storia poi continuava con le vicende del brigante che, riuscito a liberarsi dopo mille peripezie, ritornava dal pescatore cui aveva giurato tremenda vendetta:
Primo pensiero di costui fu quello d'andar a trovare il pescatore. A lui giunto conficcagli il coltello a pi riprese nel mezzo del suo cuore. Indi non pago di cotal macello gli occhi di fronte ancor gli strapp fuore!
La faccia del cantastorie si era trasformata in quella del terribile Mastrilli, mentre con la mano faceva il gesto di cavare a dita aperte gli occhi dalle orbite del pover uomo. Fui sorpreso che qualcuno fra il pubblico applaudisse. Un signore dal volto rubicondo e la giubba elegante grid: Ben gli sta! Morte ai traditori, morte a Badoglio e al re! Viva il Duce!
Sentii una spossatezza impossessarsi di me e mi sembr che tutte quelle persone mi guardassero, immaginando i miei pensieri.
Una voce incominci a risuonare nella mia testa: Traditore, traditore! Traditore!
Corsi via zoppicando, riguadagnai casa e inforcai la bicicletta; stavolta decisi di fare il giro lungo per non dare nell'occhio e procurarmi del latte da un pastore lungo la via. Avevo un'iniezione da fare,
un uomo, nero o bianco che fosse, da salvare. Poi, e solo poi, sarebbe diventato un nemico e un prigioniero. Migliaia di pensieri cominciarono ad accatastarsi nella mia testa mentre pedalavo: "Traditore due volte: la prima per averlo sottratto a Vanni e ai fascisti come me, la seconda per aver tradito l'ostinata fiducia del negro riconsegnandoglielo". Mi resi conto che stavo pensando a lui come a un pacco, che era facile gestire un moribondo, ma se solo fosse guarito, come avrei potuto sperare di tenere prigioniero un uomo adulto sano?
Rimandai quel problema al momento opportuno e quando arrivai lo trovai che dormiva e scottava ancora. Medicai la ferita, bollii la siringa, feci l'iniezione e, veloce come un fulmine, tornai verso casa. Quella sera mio padre non rientr per cena e la notte sentimmo i bombardieri passare sulle nostre teste per andare a colpire il grande ponte di fondovalle sulla strada principale e tagliare quella via di fuga ai tedeschi. Dalla finestra vidi un grande agitarsi di uomini e fascisti in uniforme. Si trattava di bombardamenti preparatori, era il 21 luglio del 1944 e il fronte si faceva sempre pi vicino. Io non ero ancora un eroe, n un traditore, se i tedeschi avevano davvero quest'arma segreta speravo che la tirassero fuori al pi presto, perch da l a poco saremmo stati in balia dei nemici. Vanni e gli altri erano sempre pi nervosi e agitati, anche mio padre lo era. Tutto il loro mondo stava cambiando sotto l'urto del fronte in arrivo. Niente era pi
certo, nessuno era pi al sicuro, le regole vacillavano e la situazione diveniva sempre pi pericolosa. Ne avemmo conferma di l a qualche ora.
Quella stessa notte, mentre dormivamo sentimmo bussare alla porta di sotto. Mio padre and ad aprire e Fosco gli cadde ai piedi.
Lo sentii che urlava a mia madre di scendere e scesi anch'io: insieme lo trascinammo in casa. Puzzava come una latrina ed era conciato male. A suo confronto la mia faccia sembrava quella di una bambola di porcellana.
Apr un occhio gonfio e tumefatto e mi guard.
Hanno beccato anche te mormor sforzandosi di sorridere, ma si vedeva che non aveva pi fiato e un rivolo di sangue gli usciva dalla bocca.
Chi  stato? Dimmi, chi  stato? lo supplic mio padre disperatamente tenendolo stretto a s come un bambino piccolo.
Vanni e gli altri. I tuoi amici fascisti rispose sarcastico facendosi forza. Andatevene, andate via finch siete in tempo. Siete in pericolo qualsiasi cosa succeda: per voi si mette male e io non ci sar a proteggervi quando arriveranno gli americani.
Mio padre si mise a piangere. Anch'io tremavo di rabbia e piangevo perch in dodici anni non l'avevo mai visto piangere.
Come hanno osato toccarti! Gli avevo proibito... me la pagheranno! url.
Aveva gli occhi di un bue infuriato.
Volevano sapere dei partigiani spieg stentatamente. Ne ho atterrati due o tre, ma erano troppi... non sono pi quello di una volta. Mi hanno fatto bere l'olio di ricino con l'imbuto, mi hanno picchiato a turno con il manganello...
Rantol e la sua voce divenne sempre pi flebile.
Chiedevano dove erano nascosti i ribelli, ma io non lo sapevo e comunque non l'avrei detto... poi Vanni... ha tirato fuori il coltello...
Resisti. Fosco, resisti che adesso ci pensiamo io e Sonia a rimetterti in sesto. Come facevi tu negli incontri quando mi andava male. Ti ricordi, dicevi: non mollare, fagli vedere chi sei! Mio padre gli carezzava il viso con la mano tremante.
Fosco respir profondamente e mormor: Porta via la tua famiglia, fallo per me, vattene finch sei in tempo.
Poi la sua testa ricadde con il mento appoggiato al petto e gli si chiusero gli occhi.
Mio padre seguit a chiamarlo, a supplicarlo di non morire, ma non c'era pi nulla da fare. In ginocchio di fronte a lui, si copr il volto con le mani e pianse per qualche minuto singhiozzando come un bambino. Anch'io piangevo affondato nel profumo della mamma, con il viso dentro il suo grembo e sentivo la sua mano che mi consolava carezzandomi la testa. Sentivo le sue dita fra i capelli, e affondavo la testa ancora pi dentro e dentro bagnando di lacrime la sua camicia da notte rosa. Facevo cos perch non avrei mai voluto sentire la frase che ossessivamente, fra i singhiozzi, mormorava mio padre:  colpa mia ripeteva.  tutta colpa mia.
Distesero Fosco sul pavimento; mi sembr enorme, maestoso come un obelisco. Poi mio padre and in bagno, risoluto, si lav la faccia, si guard nello specchio e usc senza dire una parola.
Aveva degli occhi strani, occhi che non avrei neanche potuto immaginare. Mia madre lo vide e gli si par davanti. Lo abbracci nel tentativo di fermarlo, supplicandolo di non fare sciocchezze.
Ma lui sembrava non sentirla, la scost e scese le scale incurante delle sue urla e dei suoi singhiozzi disperati.
Ti uccideranno! Cosa far da sola con il bambino?!
Alla fine non ci rest altro da fare che correre alla finestra per guardarlo andare incontro a quella notte.
Avevamo paura per lui. Impietriti da quel sentimento, come due fantasmi dietro i vetri, vedemmo la sua ombra gigantesca traversare la piazza ed entrare nel bar dal quale provenivano risa e schiamazzi. Dopo qualche istante sentimmo altre risa, e poi il silenzio. Chi c'era disse che Vanni cerc di scappare dalla porta, e che mio padre lo afferr per la collottola come si fa con un gatto randagio e lo lanci senza sforzo contro la vetrata.
Da casa nostra vedemmo un lampo di luce, sentimmo ogni singola scheggia di vetro atterrare sull'asfalto in un grande fracasso, insieme alla sagoma ossuta e urlante di un uomo.
Era Vanni: si rialz di scatto e cerc la pistola, ma non la trov perch prima di lanciarlo mio padre gliel'aveva tolta dalla fondina, posandola su un tavolo.
Mio padre usc e gli and incontro.
Assassino! url. Hai disobbedito a un mio ordine e adesso facciamo i conti.
Poi si volt verso i commilitoni che erano usciti.
Sono ancora io il podest qui. Questa  una questione tra me e lui. Vi consiglio di farvi i fatti vostri o la pagherete.
Vanni intanto aveva estratto un coltello, probabilmente lo stesso con il quale aveva torturato Fosco e gli si stava avventando contro.
Mio padre si volt e afferr al volo la mano che lo brandiva, poi lasci andare un destro tremendo, sentimmo sin da casa nostra il rumore dell'osso nasale che si rompeva e vedemmo la testa andare all'indietro come quella di un pupazzo. Con l'altra mano stringeva il polso di Vanni cos forte da fargli cadere il coltello.
Vanni era in ginocchio di fronte a lui. Lo sollev per il bavero.
Avanti eroe, troppo facile prendersela con un vecchio, cinque o sei contro uno. Voglio i nomi e rialz il pugno.
Alle sue spalle uno dei fedelissimi di Vanni s'avvicin di soppiatto sollevando una sedia di legno. Mia madre url d'istinto con tutto il fiato che aveva in gola.
Ma non ce n'era bisogno: mio padre moll un
calcio alla gamba di Vanni, che cadde sul selciato ululando come una faina e quasi nel medesimo istante si volt, schiv il colpo e con un gancio in pieno viso fece stramazzare a terra il secondo aggressore.
Poi guard gli altri in segno di sfida e ordin l'attenti a voce alta.
Tutti obbedirono.
Stanotte  stato ucciso un nostro concittadino. A macchiarsi del crimine sono stati il caposquadra Vanni, che  in stato di arresto in attesa di regolare processo, e alcuni suoi uomini, che di certo sono tra voi. Da questo momento questo bell'eroe  sospeso dal servizio, privato dei gradi e della sua qualit di caposquadra in nome del Duce. Inoltre vi informo che sar aperta un'indagine che condurr personalmente per scoprire gli altri responsabili. Sottufficiale Corti, esegua l'arresto.
Dal gruppo si stacc un fascista e and verso Vanni.
Reggendosi la gamba malconcia, con il sangue che gli colava dal naso e dalla bocca e gli occhi iniettati d'odio, questi esclam: Che vi prende, razza di imbecilli. Non  nessuno. Sparategli, sparategli vi ho detto!
Mio padre guard il gruppo: nessuno si muoveva e dal fondo della piazza stava giungendo, provvidenziale, la pattuglia locale dei carabinieri che mia madre aveva avvertito per telefono.
Inutile dire che quella notte non riuscii a dormire. Mio padre rientr con altri tre fascisti e una
barella per portare via il corpo di Fosco. Io, sentendoli dal mio letto in cui mi avevano costretto, piangevo senza vergogna e mi passavo ripetutamente la mano fra i capelli portandomela poi al naso, nella vana speranza di sentirvi un residuo del profumo da uomo che Fosco mi ci aveva spruzzato qualche giorno prima. Non sarei mai pi potuto entrare in una bottega di barbiere senza pensare a lui e a tutto quello che aveva fatto per me da quando ero nato.
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CAPITOLO 14.
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Con Vanni in carcere, il giorno dopo mio padre aveva riallacciato le fila di quelli che chiamava con enfasi fascista i suoi fedelissimi, e aveva ripreso il comando della situazione. Adesso che lo avevo visto combattere comprendevo una volta di pi quanto fosse diverso da me.
Ma i guai non vengono mai soli. Vanni aveva chiesto di poter scrivere una lettera e l'aveva inviata al comando tedesco. In quella accusava mio padre di aiutare i partigiani e riferiva altre calunnie del genere. Il comandante tedesco venne personalmente a fargli visita e volle parlare con mio padre.
Intanto io stavo andando in bicicletta a fare la terza iniezione. Mi sembrava che le prime due non avessero sortito alcun risultato e gi temevo che Fosco fosse stato ingannato da qualche contrabbandiere senza scrupoli. Ma quando arrivai nella soffitta, trovai una sorpresa che mi spavent e mi rese felice allo stesso tempo.
Il negro si era gi fatto da solo l'iniezione e, seduto al tavolo, mangiava voracemente tutto ci che aveva trovato in casa. Era un miracolo: qualcosa di simile a una resurrezione. Ma io ero impreparato a questo: non avevo portato la mia
pistola convinto com'ero di non averne bisogno e con me avevo solo Zecca.
Quel cane proprio non voleva saperne di capire la differenza fra un nemico e un amico: subito trotterell incontro al prigioniero e lo riemp di feste. L'uomo rideva con un gran sorriso di denti bianchi e mi fece segno di avvicinarmi. Era ancora debole ma era vivo e fui contento di vedere che si era sistemato la ferita da solo.
Ciao! Mi apostrof. I have a debit with you. You are my big friend.
Si era preparato la frase anche in italiano, con il dizionario.
Grazie, tu grande amico, tu salvato me. Grande debito con te!
Imbarazzato, finsi di non capire. Ero ancora turbato dalla morte di Fosco e avrei voluto dirgli: No! Non io ti ho salvato, ma Fosco e quei vigliacchi lo hanno ucciso senza piet! Ma lasciai perdere.
Poi i suoi occhi si posarono sul mio volto, che portava ancora i segni degli ultimi avvenimenti.
Fece un ammicco per chiedermi cosa mi fosse successo.
Stando sempre sulle mie, risposi con un gesto della mano come per dire che non era nulla di importante. Non volevo dargli confidenza. Davvero non avrei voluto, ma poi vidi quei disegni sul tavolo, fatti su un pezzo di carta gialla e... erano davvero bellissimi, non avevo mai visto disegni cos. Li faceva con una penna stilografica americana
che non aveva bisogno di calamaio. Mi fece capire che voleva altra carta, andai nella stanza di babbo e gli portai della carta da lettere con l'intestazione di mio padre e lo stemma del fascio. La volt dalla parte bianca e sotto i miei occhi prese a disegnare una forma; dopo pochi tratti capii che si trattava di un'oca con tanto di cuffia.
She is a goose mi disse.
Un'oca confermai.
Her name is miss Clementine.
Clementina tradussi a senso.
Yes. Clementina!
Poi si port la mano sul petto.
My name is Gabriel!
Mi indic il petto sorridendo e mi chiese: What is your name?
Bernardo mi scoprii a dire.
Ok, Bernardo. It's a very lovely name.
Poi seguit: Miss Clementine lives in my garden.
Sulla carta ai piedi dell'oca comparvero dei fili d'erba e dei fiorellini.
Prese la foto dalla sua tasca, mi indic il bambino e disse: This is my son. His name is Thomas.
Annuii e la penna disegn un bambino negro con le mani in tasca vicino all'oca. La somiglianza era straordinaria.
Continu a disegnare, foglio dopo foglio, raccontando in quella lingua che intuivo appena. L'oca e il bambino camminavano, poi salutavano
la mamma che era comparsa alla finestra e somigliava proprio tanto alla signora della foto. Nel disegno successivo erano piccoli piccoli ed erano comparsi alberi, cespugli e, infine, un paesaggio completo con una citt di case altissime che si scorgeva in lontananza al termine della strada.
Altri tratti di penna veloci e un grosso rospo con il cappello da militare compariva in mezzo alla carreggiata e diceva ai due qualcosa che non capivo.
Tirai fuori dallo zaino un pezzo di pane e lo dividemmo. Mentre mangiavo i due avevano preso a correre e il vecchio rospo con una voce buffissima urlava e li inseguiva dicendo cose che non capivo ma che dovevano, dal suono, essere molto divertenti.
Durante il racconto Zecca sonnecchiava ai nostri piedi. Lo guardai, placido, e in quell'istante successe qualcosa di straordinario: fu come se qualcuno mi avesse riscosso da un sogno e, improvvisamente, mi vidi da fuori. Vidi me stesso che parlavo con quel prigioniero, che improvvisamente aveva un nome, raccontava storie ed era capace di farmi ridere. Cosa stavo combinando? Altro che familiarizzare con il nemico. Mi resi conto che stavo mangiando insieme a lui sganasciandomi dalle risate per una stupida oca.
Mi ricomposi irrigidendomi tutto e mi allontanai da lui.
Mi guard sorpreso.
Solo allora mi ricordai del suo orologio e della
collana, li tirai fuori dalla tasca e li posai sul tavolo.
Il negro prese l'orologio e lo soppes, porgendomelo: This is for you. Tuo.
Avevo guardato a lungo quell'orologio e lo desideravo, ma gli feci segno di no con la testa e gli urlai che non potevo portare un orologio nemico.
Io e te siamo nemici! esclamai esasperato. Cacciatelo bene in codesta zucca nera!
Nemici? Mi guard perplesso, sinceramente stupito dalla mia reazione.
Non capiva, cercai la parola sul vocabolario.
Enemie.
Sorrise. Facendo di no con la testa come chi la sa lunga.
Qui fuori gli spiegai cercando di farmi capire a gesti.  pieno di tedeschi, fascisti. Americani lontani. Tu stai qui. Stay here, you sure here. Fuori is... cercavo le parole velocissimo sul dizionario, dangerous!
Annu, dopo un po' che ripetevo il concetto. Poi disse: Ok, ok. My life is in your hands. I stay here.
Scrivemmo la frase, la tradussi con il vocabolario.
La mia vita  nelle tue mani. Io resto qui.
Mi sembr troppo spiegargli che mi riservavo di consegnarlo io stesso a mio padre e ai fascisti. Che lui era il bottino di guerra che avrebbe riscattato il mio onore di atleta schiappa con il fiato corto. Era ora che tornassi a casa. Ce l'avevo fatta
a salvarlo ma ora ero preoccupato. Il moribondo che avevo trovato, il terribile Saladino, sarebbe divenuto fra poco un nemico nel pieno del suo fulgore e delle sue forze. Se solo avesse voluto, avrebbe potuto staccarmi la testa con un gesto e scappare e io non avrei potuto fermarlo. Invece, si fidava. Come i conigli si fidano del loro carnefice. Dovevo stare attento, occorreva molta astuzia. Finch si fidava di me non avevo nulla da temere, ma se avesse sospettato il mio tradimento... Mi tornarono in mente le terribili strofe del cantastorie e rividi i suoi occhi dardeggianti:
A lui giunto conficcogli il coltello
a pi riprese nel mezzo del suo cuore.
Indi non pago di cotal macello
gli occhi di fronte ancor gli strapp fuore!
Tornando a casa, ero ancora immerso in questi pensieri quando, infilando la strada con la bici, vidi un'altra volta l'auto nera procedere in lontananza davanti a me. Era troppo lontana e non riuscivo a vederne la targa. Era un caso? Solo un'auto di passaggio? Oppure un'altra minaccia si profilava all'orizzonte? Se davvero qualcuno mi stava controllando non riuscivo a capire perch non mi avesse ancora sorpreso. In tal caso tutti i miei dubbi su cosa fare con il prigioniero sarebbero stati inutili, giacch io, tutta la mia famiglia e Gabriel saremmo stati impiccati alla quercia grande come Pinocchio. A questo non avevo mai pensato prima: nessuno
avrebbe mai creduto che io, un ragazzino, avessi fatto tutto da solo, e ci sarebbero andati di mezzo anche i miei genitori. Avremmo fatto tutti la stessa fine di Fosco.
Osservando l'auto misteriosa che si allontanava compresi che con il mio comportamento stavo mettendo a repentaglio la mia vita, quella dei miei cari e quella di Gabriel... cio, del mio prigioniero.
Vanni forse mi faceva seguire dai suoi, forse sospettava qualcosa sin dal principio. Con i denti che mi battevano per la paura e il freddo improvviso, afflitto da quell'ipotesi spaventosa, pedalai fino a casa in quel pomeriggio di mezza estate insolitamente fresco e silente, senza grilli e ravvivato solo da nubi silenziose di moscerini che si agitavano intorno ai rovi come i fantasmi che mi offuscavano la mente.
Ma se avevano gi scoperto tutto, allora che cosa aspettavano a beccarmi? Forse erano solo incuriositi dai miei spostamenti sospetti e non sapevano ancora dell'americano. Ma chi poteva essere? Gli uomini di Vanni sarebbero gi intervenuti in quattro e quattr'otto. Quest'ultimo particolare mi ridava speranza: forse si trattava solo di una combinazione, qualcuno che per motivi suoi percorreva in auto quel medesimo tragitto, immerso in altre tresche. Contrabbando, forse. Ma perch fermarsi, allora, perch appostarsi, tenersi a distanza come temendo di farsi vedere da me?
A un certo punto vidi una folla grigia, lontano,
in mezzo alla strada; l'automobile ci affond dentro lentamente e scomparve.
Quando arrivai pi vicino mi resi conto che era gente del paese che fuggiva. Rimasi impressionato nel vedere quella carovana che si tirava appresso sedie, catini, materassi e altre carabattole sopra carri trainati a mano. C'erano bambini e ragazzini che piangevano, capre, bestie, gabbie con le galline. Avrei voluto domandare loro qualcosa, chiedere chi fosse al volante dell'auto che era passata, ma l'ansia per i miei famigliari che avevo lasciato a casa mi faceva desiderare di riprendere al pi presto a pedalare. Chiedendo permesso mi addentrai in quella folla, sentii gli sguardi su di me e la mia uniforme da balilla. Qualcuno mormor sarcastico: Adesso siamo a posto, arrivano i rinforzi! Sentii Zecca guaire forse per un calcio. Mi sorpass di corsa e mi attese pi avanti. Per la prima volta percepivo l'ostilit di quella gente incattivita, scoraggiata, che aveva probabilmente in uggia la mia divisa pi che la mia persona. Ero solo un ragazzo e qualcuno della carovana lo fece notare a voce alta.
In fondo al gruppo trovai Sara, una mia compagna di classe. Subito le domandai cosa stesse succedendo.
Andiamo via dal paese mi spieg. I tedeschi ci minano la casa. Stanno arrivando gli americani.
Hai visto chi c'era in quell'auto che  passata?
S mi rispose. Era il merciaio... quello grasso
e antipatico. Vedessi come mi ha guardato strano. Mi faceva paura.
Il merciaio? Quello che mi aveva dato il passaggio il primo giorno, quando avevo perso il cappello. Possibile? Eppure non mi era sembrata la stessa auto.
Ma non c'era tempo di rifletterci, l'importante era che non fossero fascisti o tedeschi. Quando arrivai il paese e la piazza brulicavano di tedeschi che correvano dappertutto: stavano facendo sfollare le case della via principale per minarle e impedire il passaggio a eventuali mezzi alleati. Feci le scale di corsa, con la lingua di fuori e trovai mia madre che sistemava roba da mangiare e vestiti in una valigia.
Sei tornato! Tir un bel sospiro e mi abbracci forte. Mi hai fatto stare in pensiero disse. Bisogna tenersi pronti a fuggire in campagna. Il fronte si avvicina. Babbo  andato al comando tedesco, stanno preparando la difesa. Stanotte qui cascheranno cannonate come se piovesse.
Mentre mi stringeva a s sentimmo sbattere la porta, poi apparve mio padre, con gli occhi infossati e il volto disfatto per le troppe notti insonni.
Mia madre gli corse incontro: Allora?
Ci prepariamo a respingere l'attacco. Il comandante tedesco ha preteso che liberassi Vanni. Mi ha fatto dire dall'interprete che ogni uomo fedele all'Asse  indispensabile e che regoleremo in seguito i nostri conti. Vedremo se sono stato troppo comprensivo con personaggi dubbi, gi ammoniti, o se  lui che  un criminale. "Per adesso lo prendo io" ha detto. "Quanto a lei, se ha ragione Vanni, non dubiti che la pagher".
Mi guardava fisso, dentro gli occhi, come se avesse voluto leggermi nell'anima. Vanni adesso lavora con loro, l'hanno intruppato in una squadra di SS.
A parte la galera disse la mamma,  il posto giusto per lui. Ma stai attento.  gente che non scherza e lui ha il dente avvelenato.
Mio padre si sedette al tavolo, tamburellava con le mani sul legno di faggio laccato e a ogni colpo si vedevano le impronte madide dei suoi polpastrelli comparire e riscomparire lentamente.
Che altro c'? domand la mamma.
C' che non contiamo pi nulla. Kesselring ha dato l'ordine di essere determinati e se occorre spietati contro i partigiani e chi si sospetta che li favorisca; per chi esagera, come ha fatto Vanni,  stata decisa la clausola di impunit. Meglio eccedere che essere troppo teneri! Il comandante me l'ha comunicato con soddisfazione. Vanni  entrato in quel momento con la sua nuova divisa da tedesco, e il suo sguardo era una promessa.
Se ne sono andati, ignorandomi. Stanotte qui succeder il finimondo. Tu e Bernardo dovete andare alla campagna e stare nella cantina, quella di ponente, l sarete al sicuro dalle cannonate e avrete da mangiare.
Dovete stare attenti, Vanni potrebbe vendicarsi
su di voi. Appena posso vi raggiunger. E dopo averci baciato corse di nuovo via.
Sussultai. Se mio padre avesse scoperto Gabriel gli avrebbe di sicuro sparato, o l'avrebbe consegnato.
Ebbi come una vertigine e per la prima volta seppi con certezza che io non sarei mai stato in grado di farlo, che forse non lo ero mai stato.
Fu un attimo, feci per scacciare quel pensiero, ma fu inutile: ormai ero consapevole che la cosa non aveva mai avuto un senso per me e adesso meno che mai. Io non potevo consegnare quell'uomo, c'era qualcosa dentro di me che me lo impediva e, quel che  peggio, adesso mi stavo addirittura preoccupando per lui.
"No!" mi dissi. " solo la paura che lui lo trovi prima che io glielo consegni. Certo che ha un senso, certo che sono adatto. Sono suo figlio e sono come lui e sar io a consegnargli il prigioniero".
Me lo ripetei disperatamente pi volte cercando di farmene una ragione. Ma si pu mentire a se stessi? Si  quel che si  e basta. Improvvisamente non avevo pi voglia di nulla. Mi sentivo leggero e non m'importava pi di essere un eroe, dei grandi e della loro guerra.
Iniziai a piangere, sommessamente, cercando di non darlo a vedere alla mamma. Volevo solo la mia casa, i miei genitori e il loro sorriso. Volevo Fosco e, invece, Fosco non c'era pi.
Mentre stavo l a piagnucolare il fronte si avvicinava di minuto in minuto. D'un balzo gli Alleati avevano forzato le difese nella valle dell'Elsa e adesso procedevano spediti verso il Chianti.
Fino a quel momento avevamo visto i bombardamenti da lontano, quella sera, invece, iniziammo a sentire il rombo degli aerei molto pi vicino. Presto divenne un lugubre boato sulle nostre teste. Le rondini che avevano garrito nel cielo estivo fino al giorno prima erano improvvisamente scomparse e quell'assenza, unita al profumo di polvere e di nafta bruciata che invadeva l'aria al passaggio dei mezzi militari tedeschi, non prometteva nulla di buono.
Una volta fuori con la mamma, ovunque mi voltassi percepivo tensione e nervosismo.
Un allarme prese a suonare con un lamento lungo e ostinato. Forse anche la squadriglia di Gabriel era fra quelle che di l a poco avrebbero lasciato cadere bombe sulle nostre teste.
Non potevamo pi andare alla campagna: troppo pericoloso. Per non potevamo lasciare Zecca: corsi a slegarlo ma quel testone non voleva saperne di muoversi. Si copriva le orecchie e quando cadde in lontananza la prima bomba and a nascondersi tra la catasta della legna e il capanno degli attrezzi. Avrei voluto stanarlo, ma la mamma mi tir per il braccio: Se la caver.
Presi la mano di mamma e cominciai a correre, pregando che non mi mancasse il fiato. Girammo l'angolo e ci rifugiammo in una cantina adibita a rifugio antiaereo. Era piena zeppa di gente ammassata; le vecchie pregavano facendo scorrere tra le dita i chicchi del rosario e un vecchio dal volto rubizzo abbracciava la sua capra come fosse il suo bambino. Vedendolo subito pensai al povero Zecca che non era con noi: ora stavo in pena anche per lui, oltre che per mio padre.
Sentimmo cadere diverse bombe molto vicino, con un fragore che fece tremare le spesse mura. Una ragazzina url di spavento affondando il volto nel grembo nero della madre; alcuni bambini piangevano, e io e la mamma ci sentivamo addosso gli occhi di tutti. Lei trasse dalla valigia una bottiglia con del caff d'orzo ancora caldo che aveva preparato per noi e inizi a offrirlo a quelle persone. Molti per lo rifiutarono in silenzio e continuarono a guardarci come se ci che stava accadendo fosse colpa nostra. A sottrarci da quell'imbarazzo giunse una voce d'uomo che picchiando grandi colpi contro la porta ci ordin di spengere le luci, dandoci degli stupidi senza tanti complimenti.
Precipitammo nel buio dei nostri respiri. Fu una notte lunga e difficile, durante la quale mi visitarono i peggiori pensieri. Quando arriv l'alba i bombardamenti cessarono. Anchilosato, mi alzai dal pavimento umido e freddo e aiutai mamma a fare altrettanto. Non c'era tempo da perdere: pensavo di continuo a Gabriel, a mio padre e al povero Zecca. Facemmo appena in tempo ad aprire la porta e scorgere l'aria polverosa, quando una cannonata colp un palazzo proprio di fronte a
noi, costringendoci a rifugiarci nuovamente nella cantina.
Ma non la smettono pi con queste bombe! disse qualcuno esasperato.
Non sono bombe, sono colpi d'artiglieria. Gli americani sono arrivati e fanno a cannonate con i tedeschi! Adesso siamo proprio nell'occhio del ciclone ci spieg un anziano che doveva aver fatto la guerra del quindici diciotto.
Si annunciava una mattinata interminabile e terribile.
Mia madre mi diede qualcosa da mangiare e restammo ad ascoltare i colpi che cadevano tutto d'intorno. Finalmente, nel primo pomeriggio, sembrarono averne abbastanza e un silenzio di tomba si stese sul paese. Facendoci coraggio prendemmo a uscire dal rifugio.
Fuori ci attendeva uno spettacolo sconvolgente: molte case del paese erano state centrate dalle bombe, ovunque c'erano macerie e persone che vi frugavano per recuperare qualche cosa dalla propria roba. Parevano anime del purgatorio che vagavano fra brandelli di mura avvolte in una fitta caligine di polvere. Vicino al bar Italia un palazzo mancava completamente della facciata, ma per il resto era intatto. Come se lo avessero aperto con un grande apriscatole da sardine, mostrava le stanze e gli arredi: armadi, sedie, tavoli, in bilico su strisce di pavimento.
La nostra casa si era miracolosamente salvata, ma la piazza e parte del municipio avevano subito
gravi danni. Ricordai che in quella piazza, nella nostra piazza intitolata ai Martiri della rivoluzione, ogni sabato facevamo le adunate fasciste e mio padre teneva discorsi in cui parlava del sacro suolo da difendere, della necessit di vincere, del fascismo come giustizia sociale. Adesso il suolo era stato definitivamente violato.
Avrei dovuto provare un odio profondo per Gabriel e gli angloamericani; per quell'affronto sarei dovuto correre a denunciarlo e vendicarmi cos di tutto, e invece, sorprendentemente, non riuscivo a provare un bel nulla. Nulla, neanche un briciolo di tristezza. Solo un vuoto nello stomaco, uno sfinimento che lavava via da me ogni sensazione.
Quel gioco delle parate era stato inutile, tutto improvvisamente mi sembrava assurdo. Certo, anch'io avevo dovuto prendervi parte, mi ero sforzato di essere come gli altri e di credere in ci che mio padre mi insegnava. La forza, la virilit, la potenza. Sapevo per che tutto ci non mi riguardava, che potevo partecipare solo fingendo, cercando d'interpretare un ruolo che non mi si addiceva.
Poi, per colpa di quel negro caduto gi dal cielo, il bel gioco era finito. In quei giorni, senza volerlo ammettere neanche a me stesso, avevo capito di essere sempre stato diverso da loro: ero un pessimo fascista, un debole forse, ma non mi importava. Vanni e gli altri, perfino mio padre, tutti erano diversi da me. Io avrei voluto solo esser lasciato in pace. Avrei voluto un'infanzia tranquilla
con Zecca e i miei libri di avventura, dove i buoni erano buoni e i cattivi cattivi. Mentre strascicavo i piedi fra le macerie ingoiando con gli occhi quell'orrore, pensai che solo Zecca mi somigliava, solo il mio buffo cane con la faccia da clown che aveva paura del mondo poteva capirmi.
Le parole di mia madre, che mi camminava a fianco, mi distolsero da quei pensieri colpendomi come uno schiaffo: Andiamo subito alla campagna. L  meno pericoloso, siamo d'accordo cos con il babbo.
Aveva il volto stanco e angosciato e il vestito sgualcito. Annuii serio guardandomi le scarpe polverose.
Speriamo che non gli sia successo nulla dissi.
Speriamo mormor lei.
La gente intorno a noi si metteva in cammino per uscire dal paese, persuasa dagli avvenimenti di quella notte a sfollare. Alcuni tedeschi preparavano sbarramenti riempiendo sacchi di sabbia e disponevano mitragliatrici alle finestre, pronti ad accogliere i nemici. Ci osservarono minacciosi.
Mia madre mi guard sconsolata ravversandosi con il dorso della mano un ciuffo di capelli che le pendeva sul volto.
Dissi solo: Mamma, Zecca!
Sorrise pietosa del mio amore per quella bestia e mi disse che potevo andare, purch facessi attenzione. Nel frattempo sarebbe salita a casa a prendere le ultime cose.
Ancora una volta di corsa. Dovevo recuperare
Zecca sperando che fosse ancora l e arrivare alla campagna prima di lei per avvertire e nascondere Gabriel. Mi lanciai verso casa precedendola.
Il cielo si era schiarito e stirato come se le cannonate lo avessero rimesso a nuovo. Voltai dietro il giardino ed ebbi fortuna: come speravo trovai Zecca mezzo morto di paura dove l'avevo lasciato, con le zampe ancora sopra le orecchie e met del corpo sprofondata in una buca che aveva scavato nel tentativo di sfuggire al rumore delle bombe.
Mi fu addosso, tremava; lo consolai e feci per tornare a casa quando mi avvidi che sulla sella della mia bici appoggiata al tavolo del giardino, c'era una lettera fermata con uno spago.
Subito, senza sapere perch, ebbi paura di quella lettera, temetti che fosse un messaggio di mio padre, una brutta notizia o una minaccia per la mia famiglia.
L'aprii sgomento, sperando fosse stata scritta da mio padre per noi quella notte. Invece la calligrafia non era la sua. Erano rime beffarde e sgangherate:
Ho trovato il tuo cappellino
ora conosco il tuo segreto signorino.
Se a te non interessa. C' a chi pu interessare.
Vieni alle cinque solo, alla casa abbandonata
del vecchio mulino se lo vuoi recuperare.
Ti consiglio niente scherzi e non farmi aspettare.
Firmato Un amico
Mi avevano scoperto: adesso ero davvero nei guai. Pensai a Germano e agli altri che mi avevano picchiato, ma subito scartai quell'ipotesi: se fossero stati loro mi avrebbero gi denunciato. Rimuginai ancora su chi potesse aver trovato il mio cappello nel bosco il giorno in cui era caduto il negro dal cielo. Vanni e i suoi non l'avevano trovato; io non l'avevo trovato...
Improvvisamente capii, mi torn in mente quella giornata e l'auto misteriosa che avevo visto spesso lungo quella strada. Il merciaio! Ecco perch mi seguiva: avevo lasciato il cappello nella sua auto. Probabilmente aveva iniziato a sospettare di me dopo aver saputo degli avvenimenti di quella mattina e aveva fatto uno pi uno. Gli era bastato seguirmi qualche volta per capire che c'era qualcosa di strano nelle mie frequenti visite alla campagna. Adesso pensava di avermi in pugno. Forse voleva vendicarsi per come l'avevo trattato. Ne ero sempre pi certo. Rifeci tutto il ragionamento da capo. Chiunque altro mi avrebbe gi presentato il conto. Invece, costui intendeva ricattarmi, anche se non riuscivo ancora a immaginare quali vantaggi avrebbe potuto ottenere ricattando un ragazzino.
Esasperato legai Zecca alla cuccia e salii in casa per prendere la pistola, deciso ad affrontare anche quest'altra incredibile situazione che mi si presentava proprio nel momento meno opportuno.
Mia madre recuperava dai cassetti alcune foto, certo nella convinzione che presto anche la nostra
casa sarebbe stata distrutta. Mi vide e mi chiese se avessi trovato Zecca.
No! mentii sentendomi sempre peggio. Ma forse so dov'.
Mangiamo qualcosa e poi partiamo?
Non ho fame le dissi, tornando indietro dalla mia camera con il revolver nascosto sotto la camicia: Manger dopo alla campagna. Sto troppo in pensiero.
Va bene, ma non ti allontanare e stai attento ai militari.
No, non mi allontano. Credo di sapere dov'. Tu intanto vai. Io ti raggiungo in bicicletta.
Mi sorrise, preoccupata ma fiduciosa. Si era lavata il viso e cambiata d'abito. Com'era bella la mamma! Anche cos, con il volto stanco per la nottataccia appena trascorsa e l'angoscia che la divorava.
Togliti quella divisa mi disse,  meglio.
Mi cambiai in fretta e furia, scesi di corsa per le scale e uscii. La sentii che dal pianerottolo mi raccomandava ancora una volta di fare attenzione.
Sperando che non mi stesse guardando dalla finestra, presi la bici, Zecca e attraversai il giardino. Sollevando la rete metallica in fondo all'orto sbucai sulla strada. Feci passare la bici e chiamai Zecca che strusciando la pancia sull'erba pass oltre la rete e mi segu scodinzolando con la sua coda immaginaria.
Quando finalmente giungemmo alla campagna e salimmo in soffitta, di Gabriel non v'era pi traccia. Il materasso era al suo posto e tutto era sparito. Fiale, flaconi, carta del cioccolato: tutto. La finestra era chiusa, la porta anche. Eppure aveva trovato il modo di scappare.
Tirai un sospiro di sollievo. Meglio cos, pensai, tanto ormai avevo deciso che non l'avrei consegnato. Speravo solo che non lo trovassero i fascisti prima che lui trovasse gli americani, rischiando magari di farsi sparare addosso dai suoi.
Se n'era andato senza neanche salutarmi. O meglio era fuggito dal suo carceriere.
Chiamai due volte il suo nome, e sentii che gli occhi mi si stavano riempiendo di lacrime e la gola mi si serrava per il venir meno della tensione.
Del resto dovevo immaginarlo: ormai ristabilitosi Gabriel non sarebbe certo rimasto ad aspettare che un ragazzino fanatico lo denunciasse.
Poi udii un fischio, il materasso cadde in avanti e apparve Gabriel accucciato per terra, con un gran sorriso di denti bianchi. Aveva sentito dei rumori e si era nascosto. Mi ricomposi rapidamente per non dar segno del mio rincrescimento. Adesso stava davvero meglio, venne verso di me zoppicando appena e, prima che io potessi capirlo, si chin per abbracciarmi. Lo schivai.
Sei qui, non te ne sei andato? mormorai contento.
Ma lui non comprese, strinse la mia mano e mi disse, toccandosi la gamba. My leg is good! Thank you.
A gesti mim le bombe che cadevano. Anche lui le aveva sentite.
S! dissi. Tutto  distrutto! Poi cercai di spiegargli che mia madre stava arrivando. Che lei parlava inglese e che lui avrebbe dovuto far piano e rimanere nascosto.
Quando cap, dopo un bel po' che armeggiava con il vocabolario, mi fece comprendere che era contento che mia mamma parlasse inglese, e che da l a qualche giorno, finita la penicillina e passato il dolore alla gamba, avrebbe voluto raggiungere i suoi. Poi aggiunse: But I'm your prisoner. You saved my life.
Si dichiarava mio prigioniero. Se davvero volevo consegnarlo ai fascisti non avrebbe opposto resistenza e cos io sarei diventato un eroe, come avevo tanto desiderato.
Stentai a credere a quelle parole. Io gli avevo salvato la vita e lui la consegnava nelle mie mani.
Mi commossi. Ci guardammo.
No. Io non ho pi nessun prigioniero. You free. Io sono io e basta gli risposi sfogliando il dizionario, e anche a me venne voglia di abbracciarlo, ma non lo feci.
Non era pi il mio prigioniero, non era pi un negro, era Gabriel e basta, ma mi vergognavo di abbracciarlo dopo tutto quello che avevo pensato di lui. Mio padre non sarebbe stato orgoglioso di me, ma non m'importava. Per la seconda volta da quando ero nato sentivo di aver fatto una cosa buona: la prima era stata quando avevo sottratto Zecca al cacciatore. Ero a posto con me stesso, e finalmente contento di me, comunque la pensassero il Duce e mio padre.
"Forse Fosco" pensai, "se fosse ancora vivo, forse lui... sarebbe orgoglioso di me".
Ma non aveva pi importanza. Io, ero soddisfatto di quel che avevo fatto.
You are an eroe for me. Io fortunato meet you mi disse Gabriel sorridendo e mi porse l'ultimo pezzo di quel cioccolato che l'aveva tenuto in vita durante il delirio della febbre. Adesso non c'era pi motivo di rifiutarlo. Lo presi e senza sensi di colpa me lo portai alle labbra. Fu un'esperienza straordinaria; la bocca mi si riemp di sapore, la lingua si attacc al palato. Sentii un profumo di nocciole salirmi al naso insieme a un amaro profondo che, all'ultimo momento, si mut in dolce. Zecca abbai reclamando la sua parte e io ne staccai un pezzo con i denti per lui.
Grazie dissi. Era la cosa pi buona che avessi mai mangiato. Era l'America di mia madre che si scioglieva sulla mia lingua. Non potei fare a meno di pensare che noi italiani non avevamo nulla del genere.
Improvvisamente mi resi conto che stavo perdendo del tempo prezioso. Non sapevo che ora fosse; mia madre sarebbe potuta arrivare da un momento all'altro. Promisi che sarei tornato con qualcosa da mangiare e gli raccomandai di rimanere nascosto, di non uscire dal suo nascondiglio per nessun motivo al mondo.
Quei giorni erano stati una corsa contro il tempo e un succedersi incessante di avvenimenti. Forse erano stati un allenamento per i miei
polmoni: mi sembrava che i miei attacchi d'asma fossero meno intensi. Adesso per dovevo affrontare anche il mio ricattatore. Saggiai con la mano la presenza della pistola nella tasca e corsi fuori per recarmi a riprendere il mio fez. Con il cuore in trepidazione feci tutta la strada al fianco di Zecca. Non so dire a che ora giunsi gi nella gora del vecchio mulino, di certo a pomeriggio inoltrato. I tonfi gorgoglianti dell'acqua rendevano l'aria pi fresca e le fronde delle acacie smorzavano la luce del cielo. In lontananza scorsi l'edificio abbandonato: una sagoma scura con la grande ruota oramai marcia e il tetto crollato in pi punti. Era come pensavo: di fronte alla casa abbandonata c'era l'auto nera, nascosta, appena camuffata con dei rami di quercia.
Dovevo elaborare un piano al pi presto. Subito mi venne in mente che quell'auto poteva risultare un pericolo e che avrei fatto bene a metterla fuori uso. Bisognava impedirgli di fuggire a spifferare tutto o di portarmi in auto lontano da l con una scusa. Se ci fossimo allontanati non sarei mai tornato in tempo alla campagna e mia madre sarebbe morta di paura per la preoccupazione. Dopo aver nascosto la bici e raccomandato a Zecca di fare piano, mi avvicinai alle gomme posteriori dell'auto e, una alla volta, le sgonfiai completamente.
Mi spostai sul davanti del mulino. In mezzo a una muraglia di ortiche era stato ricavato un percorso appena visibile che conduceva fino alla vecchia porta.
All'uscio di assi marce malamente inchiodate fra loro, era appeso un cartello con scritto "divieto di accesso, pericolo di crollo". Prendendo fiato spinsi la porta ed entrai, seguito da Zecca. Un cigolio allarmante ci accompagn all'interno. In una stanza a met del corridoio doveva esserci un lume acceso: il chiarore disegnava il filo della porta.
Richiamato dal nostro rumore, il merciaio si affacci nel corridoio e ci venne incontro. Mi sorrise, amichevole, con gli occhi neri piccoli e lucidi come quelli di una bambola. Indossava una specie di vestaglia turca finemente ricamata con scene di caccia rosse e dorate e fumava da un bocchino corto una sigaretta di trinciato forte. I suoi capelli unti erano pettinati con la divisa in mezzo come quelli di un damerino. Intravidi una branda dietro di lui e una stufa di ghisa spenta. Un odore nauseabondo proveniva dal fondo del corridoio mescolandosi al profumo del suo dopobarba.
Quando l'uomo vide il cane si raggel e fece un passo indietro.
Avevo detto da solo! Non sopporto i cani, mandalo fuori!
Non fa nulla dissi serio.  un cucciolone.
Comunque fallo uscire e richiudi, dobbiamo parlare. E poi laggi, in fondo al corridoio, sopra il deposito per il cesso, il pavimento  franato. Se sta qui finisce che ci casca dentro e ti muore.
Accompagnai Zecca fuori. Mi guard stupito con il suo muso da clown, come dire "Che succede?" Gli feci segno di aspettare l e lasciai la
porta socchiusa. Dopo aver sistemato la pistola in tasca, ritornai sui miei passi, ma mi manc il respiro e sentii le gambe che mi tremavano, ballavano per conto loro.
Vieni! mi chiam l'uomo.
Sospettoso e guardingo entrai in quella stanza insopportabilmente profumata. Vidi che aveva messo un lucchetto fissato alla porta dall'esterno e che aveva arredato alla belle meglio l'ambiente.
Allora? Ti piace? mi chiese. Non  granch, lo ammetto, ma si sta tranquilli e non ci viene mai nessuno. Ci vengo a leggere e a meditare disse compiaciuto.  il mio nascondiglio segreto. Ogni tanto ci porto anche qualche ragazza e mi strizz l'occhio, complice.
Mi sentivo a disagio, la pelle mi prudeva e se fossi stato un gatto avrei avuto i peli dritti per la tensione.
Mi fece segno di sedermi su una sedia, ma non obbedii.
Il mio cappello! dissi duro. Lo rivoglio.
Eh, quanta fretta! Siamo qui per parlarne.
Non ho voglia di parlare. Che cosa vuole?
Sempre altezzoso il signorino. Non dovresti trattarmi cos. Dopo ci che ho fatto per te e ci che so.
Prese il lume a petrolio dal comodino e lo avvicin al mio volto.
Vedo che qualcuno ha gi provato a farti abbassare la cresta. Ti hanno un po' sciupato, ma sei carino lo stesso.
Rimasi impietrito da quel complimento e iniziai a sentire la pistola dentro la tasca che si faceva pi pesante sulla coscia sudata.
Il profumo misto al tanfo di bottino del deposito in fondo al corridoio era sempre pi insopportabile, mi toglieva l'aria e mi faceva girare la testa. Ma non potevo assolutamente permettermi di svenire l, in quel momento. Giunsero le farfalline di cristallo e feci un grande respiro nel tentativo di farle sparire. Accidenti! La stanza vorticava sotto i miei piedi.
L'uomo apr il cassetto del comodino e tir fuori il mio fez. Lesse il mio nome sull'etichetta che aveva cucito la mamma.
Caro Bernardo, io il fez te lo posso anche ridare. Ma con il paracadutista che tieni nascosto nella cascina di tuo padre come la mettiamo? Pensa un po' se si venisse a sapere.
Non c' nessun paracadutista! balbettai con le labbra tremanti.
Stava bluffando, non poteva saperlo.
Io invece credo proprio di s. Non sono uno stupido: pensa che cosa sarebbe successo a te e alla tua famiglia, alla tua bella mammina, se l'avessi detto in giro: se avessi fatto la spia!
Improvvisamente mi afferr per un braccio e mi scaravent sul letto alle sue spalle; la rete cigol. La stanza era davvero piccola. Mi rialzai e con uno scatto fulmineo estrassi la pistola. Avevo una paura matta e i polmoni improvvisamente non mi funzionavano pi. Come quella volta nel bosco con
Gabriel vidi la pistola che tremava e, tenendola con le mani sudate, non ebbi il tempo di puntarla bene che l'uomo con un rapido schiaffo la fece volare via. La guardai un istante che mi parve un secolo mentre scivolava sul pavimento e scompariva sotto la stufa nell'angolo opposto della stanza.
I suoi occhi diventarono cattivi, il suo volto madido e flaccido si accartocci come quello di una bambola furente, distorse la piccola bocca in una smorfia di rabbia e mi colp con un manrovescio. Sentii la pietra del suo anello tagliarmi la guancia e caddi a faccia in gi sul lurido cuscino. Non respiravo pi, a fatica cercai di risollevarmi. Mi voltai. L'uomo si apr la vestaglia e la lasci cadere a terra.
Adesso ti insegno io a essere riconoscente! mi disse compiaciuto.
Era la cosa pi schifosa che avessi mai visto in vita mia. Il suo corpo era come un enorme caciocavallo coperto di peli e i rotoli di grasso formavano diverse matasse sui suoi fianchi per culminare in una pancia che quasi copriva le sue oscene vergogne.
Non so da dove mi venne il fiato. So solo che urlai con tutta la forza e la disperazione che avevo in corpo. Urlai gi sapendo che nessuno avrebbe potuto sentirmi, che mi sarei dovuto difendere da quel grosso maiale con morsi e calci, ma che con altri due manrovesci lui avrebbe avuto la meglio.
Sentii il mio grido echeggiare nella stanza, vidi l'uomo che si piegava per afferrarmi, chiusi gli
occhi rannicchiandomi su me stesso e in un baleno vidi il suo volto cambiare espressione; la sua boccuccia spalancarsi sopra la pappagorgia, gli occhi sgranarsi mentre un urlo, se possibile pi acuto e terribile del mio, usciva dal buco nero della sua bocca. Si port le mani sul didietro e cadde in ginocchio ai piedi del letto.
Solo allora dietro di lui vidi Zecca, che gli ringhiava contro digrignando i denti. Furente, il cane stava per balzargli addosso di nuovo e azzannarlo alla gola, ma l'uomo si alz e corse nudo com'era fuori dalla stanza. Zecca per lo rincorse abbaiando selvaggiamente fino al termine del corridoio, poi udii un altro urlo a cui segu un tonfo sordo e potente, come se qualcuno avesse gettato una grossa pietra in un pozzo. Mi alzai ancora incredulo per lo scampato pericolo e raggiunsi Zecca che ringhiava e abbaiava affacciato sopra il buco nel pavimento.
Mi sporsi a guardare tappandomi il naso e vidi quella superficie di cacca e di calce che ribolliva in un grande tino. Le pareti erano lordate di spruzzi. Dopo qualche secondo emerse piangente il losco figuro, imbrattato da capo a piedi e immerso fino alla cintura in quella cloaca. Le sponde del tino erano troppo alte e robuste perch potesse uscirne e adesso si lamentava come un bambino, supplicandoci di non lasciarlo in quello stato.
Aveva avuto quel che meritava, per me poteva rimanere l fino a che Gabriel non fosse stato lontano e al sicuro. Scoppiai in una risata nervosa e
convulsa e cercai di calmare Zecca carezzandolo. Improvvisamente, al momento giusto, il mio agnellino si era trasformato in un leone. Oggi aveva saldato il suo debito di riconoscenza. Con gli occhi pieni di lacrime lo portai fuori e lo feci bere dal rio che un tempo aveva alimentato il mulino. Gli lavai bene il muso e mentre agitava la breve coda contento lo riempii di complimenti e di coccole. Per un istante i miei occhi si riflessero nei suoi e fu come se mi stessi guardando allo specchio. Uno specchio scuro e lucente, nel quale si intravvedevano le silhouette delle fronde delle acacie.
Si era fatto tardi, la sera scendeva sul bosco. Recuperai la bici e, con il mio nuovo cane, mi avviai il pi in fretta possibile verso la campagna. Di certo mia madre stava torcendosi le dita dalla preoccupazione.
Del merciaio non avrei dovuto preoccuparmi per un bel po'. Anche se fosse miracolosamente uscito dal tino, cosa della quale dubitavo, avrebbe dovuto camminare fino in paese. E in paese, come seppi in seguito, infuriavano i combattimenti.
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CAPITOLO 15.
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Quanto tempo era passato? Mentre mi trovavo alle prese con il merciaio, il buio stava calando e gi le bombe fischiavano terribili illuminando il cielo. Mio padre aveva appena saputo che la linea Nora, che attraversava il nostro paese, era considerata dai tedeschi una linea secondaria, difficilmente difendibile, per cui i famigerati carri armati Tigre, giunti in soccorso, e il resto dell'esercito, stavano ripiegando verso Firenze per attestarsi su un'altra linea difensiva, dove il terreno si prestava meglio a respingere l'attacco alleato.
Man mano che l'esercito tedesco retrocedeva faceva prigionieri fra i civili e gli sfollati, da impiegare come schiavi per scavare le nuove trincee, sistemare l'artiglieria e quant'altro. A questa tattica si sommava una vera e propria strategia del terrore. Secondo gli ordini di Kesselring, il comandante di tutte le armate tedesche in Italia, occorreva fare terra bruciata, impedire i contatti con i partigiani, seminare il panico nella popolazione civile. A questo scopo la squadra di SS guidata da Vanni aveva stabilito di compiere due stragi dimostrative luna a poca distanza dall'altra. Conoscendo bene il territorio, Vanni aveva consigliato i luoghi e l'obiettivo, includendovi la famiglia Sodi
e i contadini sfollati presso di loro. L'aveva fatto per vendicarsi di mio padre, che era molto amico di questa famiglia, che si occupava di curare per noi la casa di campagna quando eravamo assenti e di badare al podere.
Quella sera, nello sbando generale, mio padre stava cercando di raggiungerci alla campagna insieme a un gruppo di suoi fedeli commilitoni, quando venne a sapere dell'uccisione di quattro contadini innocenti. Glielo disse Ettore La Mosca, un commercialista fascista che mentre stava fuggendo in campagna aveva incontrato Vanni. Quest'ultimo si era vantato di aver dato a quei bifolchi rossi quel che si meritavano e aveva annunciato che stava andando a sistemare anche la famiglia Sodi.
Quanto tempo  passato da quando l'hai incontrato?
Saranno due minuti stim il ragioniere, e prima di rimettersi il cappello si asciug con un fazzoletto la testa appena coperta da un riportino.
Appresa la notizia, mio padre si era voltato verso i suoi uomini. Si rendeva conto di avere poco tempo, ma doveva assolutamente tentare di conquistarli e convincerli. Al termine del suo discorso li avrebbe persi o avuti con s con pi forza e convinzione di prima. Per questo, alzando la voce per farsi udire sopra le bombe aveva pronunciato il suo ultimo discorso da podest, parlando pi in fretta che poteva: Ragazzi, voi sei non siete pi tenuti a obbedirmi. Chiaro che qui tutto sta andando a rotoli. Tuttavia quel che stanno facendo i
tedeschi e il Vanni  un crimine contro gente innocente che un giorno ci verr rinfacciato.
Li guard uno a uno negli occhi prima di proseguire: Non so in che cosa avete creduto voi. La rivoluzione fascista in cui ho voluto credere io in tutti questi anni doveva portarci benessere, uguaglianza e giustizia, rimuovendo povert e barbarie, dando istruzione a tutti, per costruire un'Italia migliore.
E, invece, giorno dopo giorno, ho visto il fascismo diventare sempre pi arrogante, ma ho voluto credere che fosse inevitabile e che poi la giustizia sarebbe prevalsa. Oggi mi rendo conto che ci ha portato solo odio e guerra, morti e fame. A tutto c' un limite per! Non permetter che il nome di coloro che come noi sono stati onesti venga infangato da volgari assassini come Vanni e il suo gruppo di SS.
Abbiamo ancora le nostre armi. Abbiamo ancora l'onore dell'Italia da difendere. Gi troppi innocenti sono morti stanotte. Non c' tempo da perdere. Io vado dai Sodi e far di tutto per fermare Vanni. Voi siete liberi di fare come credete. Forse la storia stasera ci restituir un po' di ragione. Chi  con me mi segua!
Il cielo sembrava il cratere rosso di un vulcano e l'orizzonte rimbombava come se stesse per infrangersi in mille schegge di cristallo nero. Mio padre li guard di nuovo negli occhi e si avvi di corsa tagliando per il borro nel tentativo di riguadagnare il vantaggio che avevano gli altri.
Solo una volta si gir per stimare l'effetto delle sue parole.
"Bravi ragazzi!" pens mentre si apriva un varco fra i rovi con la baionetta. Tutti e sei l'avevano seguito. Ora occorreva arrivare in tempo, sperando di non incontrare partigiani lungo la strada.
Se superiamo questo ammasso di rovi, poi c' un piccolo sentiero che risale dall'altra parte!  l'unico modo per arrivare in tempo url uno dei suoi ragazzi.
Ma i fucili e le baionette poco potevano contro quella trappola di spine. Si attaccavano ai vestiti, strappavano la carne. A un certo punto furono come mosche imprigionate in una ragnatela, non riuscivano pi ad andare n avanti n indietro.
Si maledirono per la loro stupidit, ma infine, esausti, pieni di graffi e con le uniformi a brandelli, riuscirono a sbucare dall'altra parte: il viottolo era a pochi passi, ma per farcela avrebbero dovuto essere delle lepri.
Risalendo dal borro con le armi in pugno, videro in lontananza, oltre i campi, la casa colonica dei Sodi e una jeep tedesca parcheggiata sull'aia. Presero a correre sotto i lampi delle bombe, poi si divisero per arrivare all'edificio strisciando, senza farsi vedere.
Dio voglia che non sia troppo tardi preg mio padre.
Aggirarono la casa e furono di fronte alla porta spalancata della cantina, che durante i bombardamenti funzionava da rifugio.
La cantina era vuota, non c'era nessuno.
Salirono al piano superiore e dalle finestre videro un gruppo di persone che, probabilmente sotto la minaccia delle armi, procedeva verso il bosco sul retro della casa.
Dal letto una vecchia ottuagenaria con gli occhi ricoperti dalle cateratte sent i loro passi ed esclam risoluta: Non ci vengo in cantina! Ci fa freddo! Non ci vengo!
Fu Giovanni, uno degli uomini di mio padre ad avere l'idea.
Prendiamogli la jeep e andiamo al bosco passando dal campo. Ci appostiamo e li attendiamo l. Tanto con questo rumore non se ne accorgeranno, e da dove sono non possono pi vederci.
Ci salirono al volo, le chiavi erano nel quadro. Fecero un ampio giro e si inoltrarono nel bosco proprio mentre Vanni e i tedeschi vi entravano dalla parte opposta.
...
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CAPITOLO 16.
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Lasciarono la camionetta nel folto del bosco e proseguirono per un po' di corsa, finch si fermarono.
Acquattati dietro i cespugli e appostati dietro gli alberi, con il nero delle divise che si confondeva con le sagome scure dei tronchi e del sottobosco, mio padre e gli altri videro giungere il gruppo. Erano tre SS insieme a Vanni e armi in pugno spingevano avanti per il sentiero una decina di persone fra uomini, donne e bambini. La piccola folla protestava e chiedeva spiegazioni: un neonato piangeva a squarciagola in braccio a una donna.
Giunsero in uno spiazzo fra i castagni e si fermarono urlando ordini incomprensibili per la famiglia Sodi e gli altri contadini.
A un certo punto si sent la voce di Vanni.
Mettetevi tutti in fila e non vi succeder niente!
La stessa frase doveva averla pronunciata poche ore prima di fronte ai quattro contadini che erano stati trucidati pi a est.
Un vecchio con i baffi lo riconobbe e gli si avvicin gesticolando: Ma tu non sei tedesco! Sei italiano! Ti riconosco, sei il figliolo del Vanni pace all'anima sua. Perch ci fai questo? Che male ti abbiamo fatto?!
Per farlo tacere Vanni volt il fucile e con il calcio lo colp in pieno petto facendolo piegare in due.
Ho detto mettetevi in fila!
Si sentivano le urla dei tedeschi e i pianti delle donne che gridavano e pregavano.
Uno dei ragazzi pi giovani, approfittando della confusione, si diede alla fuga tuffandosi nel folto del bosco. Vanni spar in aria, tutti si impietrirono, ma quando spararono tra gli alberi per fermarlo, il ragazzo si era gi dileguato.
Risparmiate almeno le donne e i bambini! Che bestie siete? url un uomo, comprendendo fin troppo bene le loro intenzioni.
Sotto il cielo che mugghiava e balenava di luci, i tedeschi presero a strattonare i loro prigionieri e a percuoterli con il fucile, mentre i poveretti si stringevano l'uno all'altro, abbracciandosi, in una irrazionale e inutile matassa di corpi, tremando di paura e recitando le loro preghiere.
Ci ammazzano, ci ammazzano!
Non abbiamo fatto nulla!
Perch?
Piet...
Quando le tre SS si allinearono e Vanni si spost per mettersi al lato del gruppetto e dare l'ordine dell'esecuzione, finalmente il gruppo dei tedeschi si separ dal grumo dei contadini. Mio padre, che a gesti aveva fatto segno agli altri di prepararsi, cap che dovevano fermarli prima che imbracciassero i fucili o tutto sarebbe stato inutile. Spar e i suoi uomini fecero altrettanto, all'unisono.
Non erano tiratori scelti e non avevano armi di precisione. Nonostante la vicinanza, solo due tedeschi stramazzarono al suolo colpiti a morte. Il terzo scapp illeso dietro un cespuglio e il Vanni guard incredulo sul calcio del suo fucile il foro del proiettile che per miracolo non lo aveva ucciso.
Ne segu una sparatoria: lui e il tedesco sparavano a casaccio non riuscendo a vedere i loro aggressori.
I contadini erano fuggiti approfittando dell'attacco e si erano nascosti nel bosco.
Quando ormai il peggio sembrava passato e Vanni si sentiva perduto, si ud una voce provenire inaspettatamente alle sue spalle: Mamma! Mamma! Dove sei?
Era la nipotina del Sodi. Sua madre l'aveva nascosta sotto il letto della nonna nella speranza di salvarla, intimandole di non muoversi per nessun motivo al mondo: lei andava nel bosco a prendere la legna con dei signori e sarebbe subito tornata. Purtroppo la piccola non le aveva obbedito.
Quando Vanni se la trov di fronte spaurita e piangente non credette ai suoi occhi e subito un sorriso gli travers il volto da parte a parte: forse non era detta l'ultima parola. Svelto come un furetto la prese per un braccio e la trascin con s dietro un cespuglio. Da l si guard intorno in cerca del compagno tedesco, ma questi non c'era pi: aveva pensato bene di darsela a gambe per finire dritto in bocca a due uomini di mio padre che avevano aggirato i nemici. Intravedendo le loro divise fasciste il tedesco aveva chiesto aiuto ed era rimasto basito quando questi lo avevano fatto prigioniero.
Senza perdere tempo mio padre si era fatto avanti con gli altri a stringere la morsa.
Quando Vanni finalmente lo vide rimase pietrificato.
Maledetto! Maledetto traditore! gli url contro bestemmiando. Dovevo immaginarlo, non hai mai avuto il coraggio di un vero fascista!
Se vuoi salva la vita vieni fuori con le mani alzate!
Non ti dar mai questa soddisfazione! grid da dietro i cespugli. Non  ancora finita. Ho con me questa bambina, cuore tenero. La nipote del Sodi. Se non mi lasci andare la uccido.
Lasciala! Sei perduto! gli ingiunse mio padre di rimando.
Presto azioneremo l'arma segreta. Vinceremo! url Vanni nel suo parossismo. Allora lo vedremo chi  perduto. Faremo i conti. Oh, se faremo i conti!
Si sent la voce disperata della bimba che chiamava la mamma.
La madre della piccola era giunta alle spalle di mio padre e lo supplicava piangendo.
Me la uccider! Me la uccider!
Allontanati e di' ai tuoi uomini di ritirarsi, se tentate di fermarmi la uccido.
Prometti che se ti lascio una via di fuga la lascerai andare?! url mio padre.
Prometto!
Parola di fascista?
Parola di fascista!
Sulla tomba di tuo padre!
Sulla tomba del mio vecchio!
Lasciatelo andar via!
Vanni si alz e sfil con la bimba in braccio e la pistola alla sua tempia di fronte ai due uomini di mio padre appostati alle sue spalle.
Li guard con gli occhi carichi d'odio. Traditori! Comunisti! Ma me la pagherete. Pagherete tutto!
Prese a correre trascinando con s malamente la bambina che strillava. Quando stim di essere abbastanza distante la scaravent sul bordo della strada fra le pietre.
Ringrazia dio che non posso sprecare proiettili! le disse, e corse via ancora pi veloce con l'anima assetata di vendetta, lasciando la piccola che piangeva nella polvere con le ginocchia sbucciate e la bocca sanguinante.
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CAPITOLO 17.
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Dopo una corsa a perdifiato, nel tentativo di fuggire chiss dove, Vanni si era ritrovato sulla strada che dal podere curato dai Sodi portava alla propriet di mio padre.
Animandosi di un sorriso carico di perfidia e di soddisfazione, aveva compreso che, se la fortuna l'avesse aiutato, la sua vendetta non avrebbe dovuto attendere oltre.
Discese per la strada agile come un'ombra e si accost alla porta di casa. Nascosto in parte da una conca di limoni buss con forza.
Mia madre risal dalla piccola cantina, che era il posto pi sicuro durante i bombardamenti, e poggiando l'orecchio all'uscio domand: Chi ?
Il frastuono delle cannonate le impediva di sentire bene.
Vanni gio riconoscendo la voce di mia madre, la bella signora Sonia. Sforzandosi di imitare la voce di mio padre rispose: Sono io Sonia, apri!
Mia madre, che stava in pensiero gi da ore per me, sentendo quella nota strana nella voce e sentendosi chiamare per nome, pens che mio padre fosse ferito e si affrett ad aprire, sperando che io fossi con lui.
Non fece in tempo a togliere l'ultima stanghetta
che fu investita da una spinta che la mand violentemente a sbattere contro la parete.
Il volto terribile di Vanni le era addosso e lui le premeva la mano ossuta e forte contro la bocca. Cerc di divincolarsi scalciando, fino a che Vanni non le fece notare la pistola intimandole di calmarsi.
Sei sola? le domand.
Mia madre annu, con gli occhi sbarrati per la paura.
Bene. Aspetteremo concluse lui e sorrise soddisfatto.
Poco dopo mia madre aveva la bocca attraversata da un canovaccio da cucina stretto intorno alla testa, le mani legate dietro la schiena e i piedi bloccati. Per non farle perdere l'equilibrio Vanni l'aveva fatta sedere su una sedia. Se si fosse alzata sarebbe caduta miseramente.
Bella la mia signora profumata e anglosassone! le diceva Vanni girandole intorno, mentre sbocconcellava un pezzo di pane preso dalla nostra credenza.
Sarai felice che arrivino gli americani. Io per ora mi accontento che arrivi tuo marito per saldare un conticino che ho in sospeso da molti anni!
Frugando nei cassetti trov un pezzo di fil di ferro, fine e robusto. Ci leg due legnetti alle estremit.
Sarebbe troppo semplice sparargli. Voglio divertirmi a sentire la vita che fugge da lui mentre tu
guardi. Poi mi occuper anche di te, bella signora.
Aveva gli occhi di un pazzo. Mia madre si mise a piangere sommessamente. Proprio in quel momento bussarono alla porta. Vanni sorrise sperando che fosse mio padre e sal in camera dei miei per controllare dalla finestra, senza essere visto. Era proprio mio padre, da solo. Io stavo arrivando in bicicletta con Zecca e, dalla sommit della collina, vidi tutta la scena: il volto di Vanni alla finestra del piano di sopra, mio padre che bussava. Pedalai, urlai, ma le esplosioni coprivano la mia voce. Vanni, assicuratosi che mio padre non avesse con s i suoi uomini, si preparava a tendergli l'agguato.
Sonia, amore, apri!
La porta si apr e mio padre avanz verso la cucina, dove trov mia madre legata mani e piedi. Non fece in tempo a meravigliarsi che un filo di ferro gli strinse la gola e un calcio dietro le gambe
lo fece cadere a terra in ginocchio. Con un altro calcio Vanni si chiuse la porta alle spalle. E ora sovrastando da dietro mio padre, che era gi paonazzo, stringeva il filo di ferro con tutta la sua forza mentre io, saltato gi dalla bici, intuendo qualcosa di terribile, prendevo a urlare e a percuotere la porta con calci e pugni per avvertire mio padre del pericolo.
Tutto questo avvenne in pochi istanti. Mio padre in ginocchio cercava con le dita di afferrare
il filo senza riuscirvi. Il volto satanico ed estasiato
di Vanni chinato su di lui lo fissava negli occhi mentre mia madre si alzava e in equilibrio sui due piedi legati saltava avvicinando il viso alle mani di mio padre. Zecca abbaiava e io mi maledivo per non aver recuperato la pistola da sotto la stufa. Se lo avessi fatto avrei potuto sparare sulla serratura. Vanni allent la presa per dare un calcio a mia madre, ma prima che potesse farlo mio padre era riuscito a scostarle il bavaglio. Il mio urlo disperato si un al suo.
Gabriel! Aiuto! Mamma, chiama Gabriel!
Picchiavo sulla porta e urlavo a mia madre di chiedere aiuto in inglese, di chiamare Gabriel.
Era assurdo, ma mia madre mi diede retta, confidando in me url quel nome per lei senza significato.
Finalmente, dopo una manciata di secondi che parve infinita, dei passi rotolarono gi dalle scale e una potente mano nera colp il volto di Vanni facendogli mollare la presa.
Mio padre, stramazzato al suolo, recuper colore, tossendo come un dannato: ancora pochi attimi e sarebbe morto.
E io, che non potevo sapere quanto stava accadendo, continuavo a piangere e a dar calci alla porta, con Zecca al mio fianco che abbaiava a pi non posso.
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CAPITOLO 18.
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Fu Gabriel ad aprirmi. Cercai subito con gli occhi mio padre, che massaggiandosi il collo rigato di rosso stava liberando mia madre. Abbracciai Gabriel per la prima volta e subito mi gettai sui miei genitori stringendoli forte. Zecca ci scodinzolava intorno e ogni tanto annusava il corpo privo di sensi di Vanni, ringhiando.
La scena che ne segu ebbe qualcosa di comico. Il babbo e la mamma guardarono Gabriel come si guarda un fantasma, senza capire da dove fosse sbucato. Lui li guard a sua volta, sereno e un po' imbarazzato da quell'attenzione.
Mio padre mi squadr con aria interrogativa. Mi ispezion dall'alto della sua statura e sgran gli occhi stupefatto come se non mi avesse mai visto prima di allora.
Un americano nero che mi abbracciava? Un nemico in casa sua che scendeva le scale appena in tempo per salvargli la vita? Veramente aveva la faccia imbambolata di uno che non ci capisce nulla, con la bocca a forma d'uovo, spalancata per lo stupore.
I'm a friend of Bernardo spiega Gabriel con un sorriso splendente sulla faccia scura e tende la mano.
Mio padre con gli occhi sbarrati dalla sorpresa gli porge la mano, basito, e se la stringono con vigore.
Mia madre traduce riuscendo a stento a trattenere pianto e risa. Si asciuga le lacrime di gioia con il dorso della mano e mi guarda anche lei, incredula e orgogliosa.
Dovrai spiegarmi alcune cose commenta mio padre, ma si vede che  contento, anche se ha la faccia di uno che ancora non riesce a far quadrare i conti. Seguita a stringere nella sua la mano di Gabriel. Cos'altro potrebbe fare? Gli ha appena salvato la vita.
Tocca a me spiegare ma, ancor prima che io cominci, la situazione precipita: improvvisamente entra un tenente americano, con la pistola in mano. Dietro di lui sull'aia vedo alcuni dei suoi uomini insieme a un gruppo di partigiani con il fazzoletto rosso al collo.
Il tenente guarda la divisa di mio padre e gli punta contro l'arma, facendoci intendere che la casa  circondata.
Gabriel subito si fa avanti e sorridendo si mette a parlare con lui: lo vedo che racconta e racconta, gesticolando; mia madre si stringe a mio padre che, sotto la minaccia della pistola, ha alzato le mani istintivamente, rassegnato.
Uno dei partigiani avanza e indica mio padre, lo reclama.
Lui  il podest del paese, il peggiore di tutti. Lasciatelo a noi che pensiamo a sistemarlo.
Il tenente americano non capisce l'italiano, ma intuisce che cosa vogliono e scuote la testa, intimandogli di tacere, mentre continua ad ascoltare Gabriel. Contemporaneamente spinge fuori mio padre minacciandolo con la pistola.
Mia madre  l'unica che capisce cosa si dicono Gabriel e il tenente, e seguendoli interviene nella loro discussione: Yes! Yes! annuisce disperatamente.
Usciamo sull'aia dove gli altri militari ci circondano. Mio padre non oppone resistenza, non ha nulla da dire. Nella sua divisa nera sembra stanco e invecchiato. Si guarda intorno, guarda quegli uomini in faccia uno dopo l'altro, tenendo la testa alta in una posa orgogliosa e rassegnata a un tempo.
Mi rendo conto che negli ultimi mesi deve aver immaginato pi di una volta questo momento. Il momento della resa dei conti, e ora  pronto ad affrontarlo.
Quest'uomo ha ragione. Sono io il podest e il segretario politico. Anche se non ho mai fatto o ordinato del male,  mia la responsabilit. Quel che  giusto  giusto dice, e subito mia madre protesta, si rifiuta di tradurre e si aggrappa a lui, urlandogli di stare zitto.
Ma lui non  uomo da sottrarsi al proprio destino,  troppo orgoglioso e continua a tenere la testa alta. Rivolto al partigiano dice: Andiamo! Quel che  giusto  giusto. Ma loro no! Loro non c'entrano nulla, sono solo una donna e un bambino.
Guardo Gabriel incredulo. In due hanno afferrato mio padre e lo trascinano eccitati verso il bosco. Mia madre corre, li insegue, urla, protesta, si rivolge agli americani supplicandoli in inglese.
Gabriel parla a tutta velocit, in quella lingua che sembra una canzone senza senso e indica mio padre. Sento la terra che mi si apre sotto i piedi e Zecca mi guarda senza capire e abbaia come se sentisse la mia tensione e non sapesse cosa fare. Improvvisamente mi metto a correre e abbraccio mio padre con tutta la mia forza mentre due o tre partigiani mi allontanano di peso da lui e ordinano a mia madre di tacere.
Gabriel si fa avanti e prende le nostre difese, insieme a due soldati americani.
Lo uccideranno! O mio dio lo uccideranno! continua a gridare mia madre.
Il tenente americano ha una faccia rossa e imbambolata, ascolta Gabriel, poi urla qualcosa ai suoi soldati. Non sa pi che pesci pigliare. Ci guarda sgomento. Un soldato italoamericano urla ai partigiani qualcosa in un italiano improbabile, forse dice loro di aver piet di noi: Moglia e figlio... dice. Domani!
Qualcuno mi sta tenendo per il colletto, Zecca abbaia e ringhia e nella confusione addenta lo stivale del partigiano che mi tiene per le braccia.
Sento la voce di mio padre che ci supplica di tornare in casa e di lasciarlo perdere. Cado a terra, e fra le lacrime vedo Gabriel che si para di fronte a mio padre e parla animatamente con uno dei
partigiani, che per non sembra capire un bel niente e continua a reclamare il suo prigioniero.
Lui saved me! urla Gabriel.
Queste cose non vi riguardano! Non vi riguarda! replica il capitano partigiano.
 a questo punto che, nella confusione e nella disperazione pi totale, sbucando come dal nulla dal gruppo dei partigiani, si fa avanti un uomo. Lo conosco:  lo stesso che stava entrando nel negozio di Fosco il giorno della penicillina.
Spara un colpo in aria con un fucile da caccia e tutti si fermano e si voltano a guardarlo. Il giovane, poco pi che trentenne, ha una sigaretta che gli pende da un angolo della bocca. Quando i partigiani lo riconoscono si mettono sugli attenti e salutano come militari.
 il colonnello Prodezza! dice qualcuno.  proprio lui!
Il giovane si fa avanti. Saluta, poi china lo sguardo per riaccendersi la sigaretta con un fiammifero da cucina.
Lasciatelo andare dice quieto.
Ma  il podest!  il capo di tutti i fascisti! protesta qualcuno.
Lui  l'amico di Fosco, le ha suonate di santa ragione a Vanni e agli altri quando l'hanno ucciso e stasera ha salvato i Sodi e la loro bambina nel bosco, sparando ai tedeschi.
Come per miracolo ci tolgono le mani di dosso e guardano mio padre come se non l'avessero mai visto prima. Lui, forse al pensiero di Fosco, abbassa la testa restando con le mani alzate di chi si considera, nonostante tutto, un prigioniero.
Dietro a Prodezza, sono giunti altri partigiani delle nostre parti.
Magari i fascisti fossero stati tutti come lui! dice qualcuno. Annuiscono in tanti.
Tranquillizzo Zecca, ma anch'io tremo ancora per la tensione. Gabriel adesso parla in inglese con mia madre, che muove le mani esasperata per farsi capire meglio. Gabriel spiega ancora al tenente americano che siamo gente a posto, che la mia famiglia l'ha salvato dagli altri fascisti e gli ha medicato la gamba rischiando la vita. Mia madre traduce per noi e i partigiani ascoltano a bocca aperta guardando mio padre increduli.
Chi deve pagare  quello! prosegue Gabriel in inglese, ma io capisco cosa dice, perch rientra in casa e trascina fuori Vanni privo di conoscenza. Con una mano lo regge e con l'altra lo sveglia con due o tre schiaffetti, gettandolo ai piedi del giovane colonnello partigiano.
Questo di sicuro  una carogna conferma Prodezza guardando Vanni. Dovr rispondere di tutto il male che ha fatto! Poi, spazientito, con un gesto brusco invita mio padre ad abbassare le mani. Si china sul prigioniero, lo guarda dritto negli occhi. Vanni, ancora intontito, urla disperatamente mentre viene trascinato via da due partigiani. Inveisce, sputa, puntando i piedi nella polvere, ma presto  solo un brusio di sottofondo a cui nessuno bada.
Caro il mio podest: Fosco lo diceva che tu eri a posto. Ma noi non volevamo credergli, pensavamo che lo dicesse perch eri il suo pugile. Non so perch hai salvato questo americano, ma sappi che quest'aviatore e quel che hai fatto per Fosco e per quei contadini ti hanno salvato.
Mio padre sembra non ascoltarlo. Improvvisamente si inginocchia di fronte a me.  adesso che accade la cosa pi incredibile, quella che temevo non sarebbe mai accaduta, che mi meraviglia e mi colpisce pi di tutto ci che  successo finora: Sono orgoglioso di te! Bravo! mi dice abbracciandomi, e affonda il volto sulla mia spalla stringendomi forte.
Senza che ce ne rendessimo conto le cannonate si sono allontanate e fischiano oltre la collina. Nel cielo fanno capolino le stelle, come una promessa troppo a lungo rinviata e qualche uccello notturno rifiata. Allora, per l'ultima volta lo rivedo mentre torniamo a casa dai giochi ginnici e lui cammina avanti a me serio e compito senza dire niente, triste e umiliato dalla mia sconfitta. Lo risento per l'ultima volta mentre discute con il dottore del mio asma e maledice il destino infame picchiando i pugni sul tavolo. Lo sento, per l'ultima volta, oltre il muro della mia camera mentre discute con la mamma della mia fragilit e della mia statura troppo bassa, facendola piangere. E tutti questi ricordi e tutte queste immagini come ferite aperte e scure dentro di me, si riempiono piano piano del suo abbraccio; si chiudono i fiori neri del mio dolore e scompaiono trasformandosi in rondini altrettanto nere che garriscono felici e migrano dai miei pensieri verso un mondo migliore. Un mondo dove non c' la guerra e i padri e i figli giocano assieme.
Canta l'upupa gi nel borro; crescono i fichi sugli alberi in tutte le stagioni e sprofondano nella terra tutti i dolori per i miei insuccessi. E finalmente c' solo il suo abbraccio e quel "bravo!" che aspettavo dal giorno in cui ho iniziato a capire qualcosa del mondo.
Zecca ci frulla intorno a dimostrazione che si pu scodinzolare anche senza coda. Mia madre ci abbraccia dall'alto e io vorrei confessare tutte le mie bugie, dir loro tutto ci che mi  successo: del terribile merciaio che  ancora a guazzo nella cacca, di Nincar che mi ha salvato e di Fosco che mi ha procurato la penicillina pensando che fosse per il babbo. Vorrei raccontar loro tutto, ma adesso non  il momento per i racconti e sono troppo felice per parlare. I partigiani in silenzio se ne sono andati e gli americani ci guardano contenti mentre nel cielo si placa un attimo la battaglia.
Non posso fare a meno di pensare a quell'assassino di Vanni, a cosa sar di lui e di Germano.  un pensiero terribile: nessuna gioia, solo la piet di chi ha appena provato cosa significa vedersi sottrarre il proprio padre e adesso lo sta abbracciando con tutta la sua forza.
Per scacciare i cattivi pensieri alzo la testa e mi volto a guardare Gabriel, il mio angelo nero disceso
dal cielo per salvarmi e farmi capire chi sono. Gli strizzo l'occhio. Lui risponde facendo lo stesso, il suo volto si apre in un sorriso che non dimenticher mai pi. Zecca mi d due leccate bagnandomi tutta la faccia e qui finisce il mio racconto di quei giorni che segnarono il nostro destino e cambiarono il corso della nostra vita.
Avevo disobbedito al mondo intero, ma avevo obbedito a me stesso.
Ancora oggi dopo tanti anni, quando faccio un'iniezione di antibiotico a un paziente o guardo l'ora nel mio orologio da pilota americano, non posso fare a meno di pensare a Gabriel e a quanto ci accadde in quei terribili giorni sospesi fra la vita e la morte.
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FINE.
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Nota dell'autore.
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I personaggi del romanzo e i fatti che li riguardano sono, come di consueto, da considerarsi completamente di fantasia. Solo uno, come spesso accade il pi improbabile fra loro,  realmente esistito, ma  vissuto a Vellano in provincia di Pistoia e non in Chianti. Si tratta di Nicar, il reduce della Prima guerra mondiale che continua la sua guerra in eterno e, nel romanzo, interviene a salvare Bernardo il giorno dell'aggressione. La storia del vero Nicar mi  stata narrata dall'amico Publio Biagini, suo compaesano, che ringrazio.
Mi preme inoltre segnalare che, nonostante il mio abituale scrupolo nel verificare i dati di carattere sociale e storico, stavolta mi sono preso alcune piccole licenze per amplificare il valore simbolico del racconto.
La prima ha a che fare con l'aviatore afroamericano. Circostanza quest'ultima improbabile, dal momento che pilotare un aereo era vietato agli afroamericani. Non del tutto per, se si pensa che per volont del presidente Franklin Roosevelt si addestrarono tra il 1941 e il 1946 pi di mille afroamericani fra piloti, meccanici e assistenti. Era solo un esperimento nato a Chehaw Alabama e i vertici militari si auguravano che fallisse, ma quegli uomini passati alla storia come gli eroi di Tuskegee portarono a compimento con successo centinaia di missioni anche sui cieli dell'Europa. Furono impiegati nelle battaglie sul Mediterraneo, nel Pacifico e in Italia con compiti di bombardamento, ricognizione e scontro diretto. Quindi la circostanza di un aviatore di colore  improbabile, ma non impossibile: Gabriel avrebbe potuto benissimo essere uno di loro.
L'altra questione riguarda gli americani che liberarono il Chianti. Ancora oggi i testimoni di quegli eventi parlano genericamente di Alleati e di americani, in realt pochi sanno o hanno realizzato che la Val d'Elsa e la Val di Pesa furono liberate dall'esercito neozelandese. Bernardo, nel raccontare, fa evidentemente lo stesso errore.
Riguardo all'organizzazione locale fascista, ho operato una semplificazione: il podest, come raramente accadeva,  anche il segretario politico del PNF del paese. Questa scelta corrisponde alla necessit narrativa di far essere il padre di Bernardo "il capo di tutti i fascisti".
Infine mi preme ribadire che dal settembre del 1943 alla Liberazione le formazioni militari fasciste pi fanatiche si macchiarono dei medesimi crimini e agirono con sistemi simili a quelli germanici, sia collaborando direttamente con i militari tedeschi autori delle stragi, sia operando per proprio conto. La presenza di fascisti, con o senza la divisa da SS, fra le squadre di assassini che insanguinarono il nostro Paese trucidando le popolazioni civili, in molti casi senza risparmiare nemmeno le donne e i bambini,  ampiamente documentata e confermata dai testimoni e dai sopravvissuti a quei terribili eventi. Io stesso ho raccolto testimonianze in questo senso relative a una strage avvenuta in Chianti a Pratale nel comune di Tavarnelle Val di Pesa.
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FINE.